10. Dalla Siria alla Via della seta

Dolmuş è una newsletter che si chiama come i bus collettivi in turco. Parte una volta alla settimana, il sabato mattina. E durante il viaggio prova a raccontarvi qualcosa che non conoscevate

Vi sembrerà una scelta curiosa, ma questa settimana vorrei iniziare da un articolo che a conti fatti non parla della Turchia, se non di riflesso. C’è una ragione molto semplice ed è che pochi giorni fa in Azerbaijan, che comunque dalla Turchia non è molto distante, si sono tenute le elezioni. Per così dire. Sì, perché nel Paese, che con la Turchia condivide almeno un paio di cose, inclusa una lingua sorprendentemente simile, la vittoria per il presidente Aliyev, sfidato da un’opposizione di cartapesta, non è mai stata davvero in discussione. Ma non è questo il motivo per cui sto parlando di un articolo uscito su National Geographic. Il vero motivo è che Bruce Schoenfeld, che l’articolo l’ha scritto, parla della gente più che della politica, di uno Stato che oggi ha una capitale ultramoderna e forse qualche domanda senza risposta.

This Ancient Silk Road City Is Now a Modern Marvel. Bruce Schoenfeld, Rena Effendi

“Parliamo russo, i nostri nomi sono islamici o persiani, proviamo a essere turchi. Abbiamo una cultura Frankestein. Non abbiamo ancora capito che cosa significhi essere azeri”, racconta per esempio il regista Teymur Hajiyev, in quello che se chiedete a me è uno dei passaggi più interessanti di un articolo che è accompagnato anche da una serie di foto molto belle.

Se delle elezioni in Azerbaijan non è che si sia parlato molto – ma in fondo non ci sono stati grandi colpi di scena – nell’ultima settimana si è tornati invece a raccontare tanto della Siria, in attesa di un attacco da parte degli Stati Uniti che è arrivato ieri notte e che solleva tutta una serie di questioni. Ci sono quelle squisitamente militari, quelle sulle conseguenze internazionali della decisione. E ci sono quelle che si confrontano invece con problemi più quotidiani e che mi sembrano però altrettanto importanti. Quelli di cui parla Pri, ad esempio, che racconta le storie di quei siriani – moltissimi – arrivati in Turchia a causa della guerra e perché contrari al regime di Bashar al-Assad. E che ora si devono confrontare con la realtà dei fatti: con una guerra che il dittatore di Damasco sta vincendo e con un grande punto interrogativo sul proprio futuro.

Pro-opposition Syrians in Turkey grapple with losing the war. Fariba Nawa

C’è chi, come “Sofia”, arrivata nel 2012 da Aleppo, ha deciso di prendere la cittadinanza turca, per garantirsi almeno un porto sicuro per l’immediato futuro. “Fosse solo per i siriani, la risolveremmo – dice – I siriani sanno che America e Russia non vogliono aiutare. Vogliono solo bombardare e vendere armi. Lasciateci in pace. La Siria la ricostruiremo”. Sono parole che condividono in molti, scrive il sito, ma che devono fare i conti anche con la realtà dei fatti e con gli interessi di molti Paesi, Turchia compresa.

C’è un articolo in particolare che racconta l’ultima operazione turca in Siria, quella nella zona settentrionale di Afrin, controllata fino a marzo dalle stesse milizie curde che a lungo sono state definite come il baluardo dell’Occidente contro l’Isis, ma che per Ankara sono invece formazioni terroristiche. Lo ha pubblicato la New York Review of Books e credo valga la pena di essere letto.

How Turkey’s Campaign in Afrin Is Stoking Syrian Hatreds. Molly Crabapple

“Essere curdo ad Afrin, un tempo una città a maggioranza curda, significa oggi fare parte di un gruppo detestato, sospettato di tradimento, e che rischia di essere derubato dei propri averi, picchiato, messo in fuga o peggio”, racconta a Molly Crabapple un uomo identificato soltanto come Mohammed, che dice anche di non sostenere le milizie che erano a capo della città fino a un mese fa.

Questa settimana è successa un’altra cosa che ha a che fare meno con le grandi questioni internazionali e più con con la storia semplice di un uomo, un artigiano custode di un mestiere che non è più diffuso come una volta. Pochi giorni fa è morto Pando Şestakof, per tutti Pando Amca (zio Pando), che di mestiere faceva il kaymakçı: produceva insomma il kaymak, un derivato del latte un po’ complicato da comparare a un prodotto italiano, ma molto amato in Turchia.

Eviction Threat for Istanbul’s Iconic Kaymak Shop. Istanbul Eats

Fino al 2014 Pando aveva mandato avanti il suo piccolo negozio nella zona di Beşiktaş, ricca di locali affollati già dalla colazione, continuando una tradizione iniziata con il nonno, che lì aveva lavorato a partire dal 1895. Poi era arrivato uno sfratto che aveva messo fine a un’attività durata più di un secolo. Pochi mesi prima Culinary Backstreet aveva raccontato la storia del negozio di Pando, ricco di segni della storia.

E infine questo.

Istanbul Psychedelia: BaBa ZuLa. Un documentario veloce su un gruppo interessante

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