11. Miele Rosso e foto arcobaleno

È di nuovo tempo di elezioni in Turchia e soltanto con gli articoli che ne parlano si potrebbero riempire non una, ma dieci newsletter. Dal giorno in cui il presidente Erdoğan ha annunciato che il voto si terrà anticipatamente il prossimo 24 giugno il tema è stato scrutinato da tutti gli angoli possibili. Per non mettere a repentaglio la sanità mentale mia e vostra per adesso non ce ne occuperemo nei dettagli ma ignorare del tutto il tema significherebbe trascurare qualcosa che in questi giorni ha fatto molto discutere la Turchia, sui giornali e non.

Le questioni su cui si è dibattuto sono molte: dalle ragioni per andare alle urne con oltre un anno di anticipo a possibili alleanze e candidature per il posto di Presidente della Repubblica. I temi classici di ogni lezione insomma, ma proprio qui sta il problema: è davvero un’elezione come un’altra? O per metterla in altri termini: ma davvero Erdoğan può perdere?

Turkey’s president will win the country’s snap elections. Here’s why they still matter. Howard Eissenstat

Un’opinione ben precisa ce l’ha Howard Eissenstat, e non da oggi. Un articolo di opinione che ha scritto per Monkey Cage, uno dei blog del Washington Post, ribadisce quello che ripete da tempo. “Il risultato finale delle elezioni non è meno prestabilito (di quanto non fosse in Egitto o in Russia, ndr), ma il costo di brogli elettorali ovvi e su larga scala è molto più alto e sarebbe controproducente”.

Per Eissenstat “almeno in superficie c’è speranza. E con questa speranza i mggiori partiti continuano a giocare secondo le regole, fingendo che le elezioni possano ancora mettere fine a 16 anni di regno dell’Akp”, il partito del presidente.

È una speranza che questa settimana ha dovuto fare i conti con la realtà, che ha preso a schiaffi anche i più ottimisti quando la magistratura ha condannato giornalisti e membri dello staff di uno dei pochi quotidiani d’opposizione rimasti in Turchia, il Cumhuriyet, con sentenze pesanti per terrorismo. Non lo faccio spesso, ma in questo caso vi linko l’articolo che ho scritto io.

La Turchia condanna per terrorismo i giornalisti del Cumhuriyet

C’è una storia che negli ultimi giorni è tornata a fare capolino sui media internazionali ed è quella di Ovacık, una località della Turchia orientale di cui si sono occupati sia The Outline che il New Yorker. Perché, chiederete giustamente voi, e lascerei che a spiegarlo sia Paul Osterlund, che ha scritto il primo dei due articoli di cui sopra

“Il sindaco di Ovacık, Fatih Mehmet Maçoğlu, è attualmente il solo sindaco del Paese eletto tra i candidati del Partito comunista turco. Arrivato al potere nelle elezioni locali del 2014, è l’architetto di una serie di iniziative”, compreso l’esperimento del “miele comunista”. Non è solo politica la ragione per cui è speciale questo luogo: la valle di Munzur, dove Ovacık si trova, è un luogo di grande significato spirituale per la minoranza alevita.

Turkey’s Communist Honey. Paul Benjamin Osterlund

Su Medium Bradley Secker, un fotoreporter in Turchia, scrive di come a volte fare il suo lavoro da uomo gay e occuparsi di Medio Oriente voglia dire dover tornare “a nascondere la propria sessualità” e coglie l’occasione per riflettere con un collega di come la comunità Lgbt sia spesso trattata “in modo troppo uni-dimensionale dai media”.

“Si parla sempre di gay perseguitati in Medio Oriente, gettati giù dai palazzi, messi in carcere. Guarda, penso che sia vero e che succeda, ma gli omosessuali vivono e hanno relazioni e una buona vita anche qui. Penso che non ci sia abbastanza spazio per raccontare queste due verità”.

“You have to be a good shapeshifter”. Bradley Secker

E infine su Renk una storia che, come la rivista, sta a cavallo tra Germania e Turchia. “I nomi delle strade sono uno specchio della storia, anche se di rado ce ne accorgiamo”. Yasemin Kotra racconta le storie – spesso tragiche – di alcuni dei turchi che hanno dato il loro nome alle vie tedesche

Germany’s Memorials. Gast ArbeiterIn