Quando la Turchia va a votare

Lo so, abbiamo “saltato un battito”. Il numero della newsletter dello scorso sabato non vi è mai arrivato, ma non perché i filtri anti-spam delle caselle di posta elettronica ce l’abbiano particolarmente con noi. Piuttosto perché, per una serie di impegni personali, non ho potuto scriverlo. Sono in difetto io, insomma. Ma vediamo di rimediare.

Lo facciamo parlando delle elezioni del prossimo 24 giugno, perché è diventato ormai inevitabile. Tra poco più di un mese la Turchia andrà alle urne, molto in anticipo su quella che doveva essere la data, e voterà sia per il presidente che per rinnovare il parlamento. Nelle ultime settimane tutti i partiti si sono messi in moto e da poco è stato reso noto l’elenco ufficiale dei candidati che sfideranno Erdoğan. Include anche l’ex segretario del terzo partito più grande del Paese, il curdo Selahattin Demirtaş, che è in carcere dalla fine del 2016, per una serie di accuse molto pesanti e che ha sempre negato.

Queste elezioni sono una faccenda complicata, e se da un lato la possibilità che Erdoğan non venga confermato è piuttosto remota, per una serie di ragioni tra cui dobbiamo considerare anche una stampa in gran parte schierata con il governo, e che alle opposizioni dà ben poco spazio, dall’altro quegli stessi partiti questa volta stanno facendo il possibile per poi poter dire: “Noi ci abbiamo provato”.

Erdoğan rischia alle elezioni, e a decidere sarà il voto dei curdi. Valeria Giannotta, EastWest

Ora, non vorrei sembrarvi ingenuo nel dire questo, ma la verità è che le elezioni in Turchia, al netto di tutto quello che si può dire, sono anche estremamente interessanti, quando non persino divertenti.

Prendiamo quello che è successo martedì, per esempio. Parlando in parlamento, il presidente Erdoğan ha detto: “Se un giorno la nostra nazione ci dirà ‘basta’, allora ci faremo da parte”. Un commento che in un altro momento forse sarebbe passato pure inosservato, di routine in fondo. Ma che ha scatenato la creatività degli utenti di Twitter, catapultando #TAMAM, la parola che in turco significa “basta” in cima agli elenchi degli hashtag più utilizzati.

Per capire il perché di circa un milione e mezzo di tweet che hanno detto “basta” a Erdoğan, considerate che la Turchia è uno dei Paesi con il maggior numero di utenti sul social network. Un dato non paragonabile con quello degli Stati Uniti, certo. Ma comunque alto. Che ci crediate o meno, fra l’altro, il presidente non è il personaggio pubblico turco più seguito. Ha più follower di lui Cem Yılmaz, regista, attore (di GORA – Comiche spaziali, per esempio) con un altro paio di qualifiche, inclusa quella di stand-up comedian.

E quindi la Turchia ha detto “basta”! Ecco, no, con calma. Il fatto è che un milione e mezzo di tweet sono davvero tanti, ma in termini elettorali non vogliono dire un granché. Lo spiega bene Lisel Hintz, che di mestiere fa il professore associato alla Scuola di studi internazionali avanzati alla Johns Hopkins University e che nel suo articolo va oltre l’analisi del singolo momento.

How a hashtag and memes are uniting Turkey’s opposition. Lisel Hintz, The Washington Post

Posto che non è affatto detto che questa valanga di tweet travolgerà Erdogan alle prossime elezioni, ma che se non altro ha mostrato una certa reattività agli stimoli da parte delle opposizioni, lasciatemi fare una delle cose che preferisco, e cioè andare a scavare alle intersezioni tra le notizie e la cultura pop.

C’è un tweet in particolare di cui si è parlato anche quando la forza propulsiva del “movimento del #basta” si è un po’ esaurita. O meglio, una canzone che è stata twittata spesso. Tenendo presente che trovarne una che nel testo abbia un “tamam” non è complicatissimo, la Kandıramazsın Beni scritta da Yıldız Tilbe però era particolarmente adatta allo scopo, visto che il ritornello dice esattamente “1, 2, 3, 4, basta!” (e anche “Non mi puoi prendere in giro / non puoi farmi tacere / non puoi fermarmi / Io sono cattiva, e tu sei buono invece?”).

Mi rendo conto che ora dovremmo rispondere alla domanda: Yıldız Tilbe, esattamente, chi è? Bene, se volessimo partire dall’atto più recente della sua carriera, potremmo dire che è una dei giudici di O Ses, che poi è l’edizione turca di The Voice, e funziona esattamente come in Italia. Ma ben prima di approdare sulle poltrone girevoli della trasmissione era una cantante di enorme successo, con una gran voce, un repertorio discutibile, e di fondo una gran faccia tosta che ha reso un paio di momenti della sua carriera dei piccoli classici dell’internet trash turco. A partire dall’intervista in cui dà delle “p***” alla giornalista Seyhan Erdağ dopo una domanda scomoda. È poi la stessa donna che nel 2014, durante i bombardamenti su Gaza, finì anche sui media internazionali per una serie di tweet anti-semiti, compreso uno in cui diceva senza mezzi termini “dio benedica Hitler”.

Per qualche ora è sembrato che la sua Kandıramazsın Beni dovesse diventare musica da campagna elettorale e risuonare nelle piazze durante i comizi del Partito repubblicano, che al momento è la principale forza d’opposizione in parlamento e potrebbe (condizionale d’obbligo) riuscire a portare il presidente turco fino a un ballottaggio. Poi a mettere freno alle voci ci ha pensato lei stessa, tra il disappunto di chi già immaginava un conflitto a distanza di sicurezza con un collega estremamente famoso con cui in passato Yıldız ha avuto un rapporto non senza screzi.

Tra quanti in queste elezioni stanno cercando un posto in parlamento con Erdoğan – o almeno aspirano a una candidatura, e per lui è la quarta volta – c’è infatti anche il cantante curdo İbrahim Tatlıses. Per tanti semplicemente İbo, è soltanto l’ultimo di una serie di nomi noti che negli anni hanno affiancato il presidente e di recente è stato fotografato con lui in una visita ai soldati spediti sul fronte siriano. Lo racconta anche Pınar Tremblay, che nel suo articolo parla non solo della fama del cantante, ma anche di un paio di aspetti francamente meno apprezzabili del personaggio, da un esibito machismo ad accuse di una certa propensione all’opportunismo.

Kurdish singer aspires to run for Turkish parliament on AKP ticket. Pınar Tremblay, Al-Monitor

In tutto questo, alle elezioni manca ancora più di un mese e da qui al 24 giugno ne vedremo altrettante. Intanto domani Erdoğan arriverà in visita ufficiale nel Regno Unito ed Ece Temelkuran, una delle voci d’opposizione che più di frequente compaiono sulla stampa internazionale (c’è anche un suo libro in italiano, Turchia folle e malinconica), ha scritto questa cosa alla Regina, sul Guardian.

“Ecco la mia richiesta. Le dispiacerebbe tanto dire ‘tamam’ quando il signor Erdoğan sarà di fronte a lei? Poiché anche lei ha un palazzo, le sue parole potrebbero fargli più effetto di quelle della sua stessa gente. Sono consapevole del fatto che io e lei abbiamo probabilmente idee politiche leggermente differenti; tuttavia lei è una delle poche persone al potere che ricorda il 1940, e come l’integrità politica delle nazioni democratiche e la loro risposta etica all’autoritarianismo abbia giocato un ruolo importante nella politica mondiale.

Se non vuole correre il rischio di danneggiare la sua neutralità politica, può sempre usare la parola tamam mentre versano il tè, e ne ha avuto abbastanza. Penso che il messaggio arriverà”.

Your Majesty, please tell Erdoğan ‘enough’ when he pops in for tea – Ece Temelkuran