13. Mettiamo i puntini sulle “i”

Dolmuş è una newsletter che si chiama come i bus collettivi in turco. Parte una volta alla settimana, il sabato mattina. E durante il viaggio prova a raccontarvi qualcosa che non conoscevate

Ci sono volte in cui è necessario essere molto precisi e momenti in cui conoscere una lingua, o almeno i fondamentali di una lingua – e dunque insulti e volgarità – può salvare da piccole ragioni di imbarazzo. Vi chiederete dove voglia andare a parare, ma per spiegarvelo mi tocca tornare indietro di un passo, di un numero se volete, e ripercorrere un passaggio della newsletter dello scorso sabato.

Parlavamo di hashtag e di elezioni e più nello specifico di come un commento del presidente Erdoğan abbia scatenato su twitter una gara alla creatività, alla ricerca del modo più originale per dire “TAMAM” (ora basta). Parlavamo anche di cosa questo significhi (e soprattutto cosa non significhi) in vista del voto.

Non serve che lo dica io che i social network sono uno strumento potente, ma servisse mai una prova ulteriore di questo fatto ve la fornisco. Quella che vedete qui sotto è un’immagine ufficiale della campagna elettorale di Muharrem İnce.

54 anni, a lungo professore e da altrettanto tempo politico (in una recente intervista ha detto “io sono repubblicano fino al midollo”), è uno dei cinque volti che in Turchia i partiti hanno scelto per sfidare Erdogan. “Artık Tamam”, si legge alle sue spalle. Uno slogan che pressapoco si potrebbe tradurre con “Mo’ basta”, ma su cui accetto consigli per versioni alternative.

Mi rendo conto che il cappello introduttivo è venuto un po’ lunghetto, ma c’è inaspettamente un senso in tutto ciò, e ci arriviamo. Date un’occhiata al nome del politico, quello scritto in basso in blu, “Muharrem İNCE”. Quella “i” scritta in quel modo non è un vezzo grafico, il fatto è che in turco a mettere i puntini sulle “i” o a non metterceli cambia molto, cambia proprio lettera.

Sembrerà un dettaglio, ma lo diventa un po’ meno quando bisogna scrivere determinate parole. O cognomi. Tenete a mente questo fatto, perché questo numero della newsletter ha molto a che fare con le coincidenze dovute alle parole.

İnce, dicevamo. Con la “i” col puntino. İnce che come molti turchi ha un cognome che poi è una parola di senso compiuto. İnce vuol dire “sottile”. E normalmente è una nozione che si meriterebbe una bella alzata di spalle, non fosse che proprio da questo dipende un altro episodio del trashario pop legato a queste elezioni.

Il cantante Atilla Taş, che da queste parti finì sulle pagine dei giornali quando fu arrestato per una serie di tweet contro l’ex premier Ahmet Davutoğlu, ha salutato la candidatura del politico del Partito repubblicano con un “riarrangiamento” alla buona di un brano che nella sua versione suona più o meno così: “La neve scende, sottile sottile, arriva Muharrem İnce”. (Vi giuro che in turco fa rima).

Quella di Taş è una bagatella da social network, di cui a dire il vero mi ero quasi scordato, ma il brano da cui prende spunto è invece un gioiellino della tradizione musicale turca, di Aşık Mahzuni Şerif, che qui sopra la canta insieme a Ibrahim Tatlises (ricordate?) e che ha un testo decisamente più ispirato.

Siccome a volte le coincidenze fanno molto comodo, il giovedì appena trascorso cadeva il sedicesimo anniversario della morte del cantante. Cantante per modo di dire, perché poi forse aşık si tradurrebbe meglio come “bardo”. Dà più l’idea.

Un bardo che nella sua İnce İnce cantava della “neve che scende fitta fitta sui poveri”, di un destino che alle parole dei poveri non crede e chiedeva: “Perché Urfa non assomiglia a İstanbul. La povera Maraş, la secca Urfa, e che dire di Diyarbakır?”, raccontando di come nello stesso Paese coesistessero l’anima metropolitana del Bosforo e le città dell’Est del Paese, tra cui la sua Maraş. Drammaticamente diverse.

Ci sono molti motivi per cui quel brano è arrivato fino a oggi e uno di questi è che negli anni lo hanno cantato in tanti, in molti modi diversi. C’è una versione con un attacco molto funk di Edip Akbayram, c’è quella da dancefloor di VeYasin per il progetto Hey! Douglas, che poi è un re-work della İnce İnce di Selda Bağcan, che a sua volta è una delle ragioni per cui nel 2018 una band turco-olandese ha pubblicato un album di “standard” del rock turco, come questo.

Ma tornando a noi. Questa settimana un giornalista investigativo tra i più conosciuti del Paese si è candidato per un posto da parlamentare a İstanbul (col puntino). Ha scelto l’Hdp, che di solito per comodità sui giornali definiamo come “filo-curdo” – anche se è un po’ riduttivo – e che in Turchia è accusato di essere “il braccio politico del Pkk”, che poi è il motivo per cui il leader del partito è in cella dal novembre 2016.

Anche Ahmet Şık ha una certa familiarità con le prigioni. È uscito da poco, a marzo. E ad aprile è stato condannato a sette anni nel processo che riguarda il quotidiano d’opposizione più prestigioso del Paese. Annunciando la sua candidatura ha detto di avere scelto la politica in solidarietà con Selahattin Demirtaş, il leader in carcere del partito per cui si è candidato, e con i politici, i giornalisti, gli avvocati e gli studenti in cella come lui.

A proposito, quando scrivete Şık usate la tastiera turca, e il “puntino sulla i” non mettetecelo. Perché, a dirla con le emoji che fa più fine, in turco tra Şık e Sik ci passa la stessa differenza che c’è tra 💅 e 🍆. SAD!

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