Le sabbie di Agadez nel deserto di Varese

C’è una canzone che ogni tanto ancora mi torna in mente, anche se sulle spalle si porta più di vent’anni e il peso di quanto è successo al rap italiano dal 1997 in poi. È un brano degli Otierre che ha fatto un po’ la polvere, ma ancora attuale, soprattutto per quella coppia di versi che contiene una dedica “per la famiglia, per chi strabilia, tira la cinghia / Non accettando che in provincia non succeda mai una minchia”. E che racconta le parti da cui vengo con dei colori piuttosto nitidi.

Sono parole a cui ho pensato parecchio, quando “in zona” ci stavo e quando poi me ne sono andato un po’ più a sud, di quelle poche decine di chilometri che bastano per definire distanza quella che separa “casa” da “Casa” e con il tempo a confondere le due, lasciandoti in dubbio sulla scelta del luogo a cui affibbiare una lettera maiuscola.

Non è soltanto un fatto di ossessioni personali. Nella descrizione di quella provincia un po’ letargica, che però covava sotto la cenere e ogni tanto trovava la scintilla giusta, c’era molto di una realtà che conoscevo. E di un manipolo di ostinati che provavano a farla un po’ meno marginale, con inattese accelerate.

Quei cambi di passo arrivavano nelle forme più disparate, e non di rado da latitudini molto poco padane. Una benedizione per chi aveva deciso che la musica lo appassionava, ma era andato a schiantarsi su suggestioni che suonavano su palchi distanti chilometri.

Nell’estate del 2015 la notizia era Bombino. Il fenomeno della chitarra due anni prima aveva fatto il suo debutto discografico internazionale e qualcuno aveva già preso a definirlo il “Jimi Hendrix africano”, per quella stessa legge per cui una pianista di Amsterdam era la “Norah Jones turca” e per cui il mondo è pieno di “Venezie d’Oriente”. Parallelismi sciatti, ma funzionali allo scopo.

Bombino si era guadagnato quel nome italiano un po’ rimasticato prendendo in mano il suo strumento ancora giovanissimo. Incarnava vividamente l’idea di cosa potesse essere un tuareg, gente dal nome esotico relegata agli angoli di qualche cronaca libica. O a una molto generica idea di “popolo del deserto”.

Imbracciava quella chitarra in modo tale che inanellare aggettivi per descriverlo era superfluo e davvero poco utile. Tanto più che anche l’etichetta di “World Music” gli andava stretta. “Tutta la musica è musica del mondo”, avrebbe detto in un’intervista. E le sfumature di questa idea sono meno banali di quanto possa sembrare.