I Bubituzak se la suonano ancora “sotto i baffi”

I Bubituzak se la suonano ancora “sotto i baffi”

Si commetterebbe un grande errore a farsi ingannare dal fatto che la pagina Facebook dei Bubituzak abbia solo qualche migliaio di followers, roba che impallidisce di fronte — per dirne una — alle visualizzazioni che su YouTube ha accumulato in questi mesi Cevapsız Çınlama, il singolo orribile e danzareccio di Emrah Karaduman e Aleyna Tilki, che ha fatto più parlare di sé perché lei ha 16 anni ma ne dimostra 26 che non perché apra squarci di luce negli ascoltatori.

È un dato di fatto che mentre sul brano si riversavano 198 milioni di visualizzazioni (no, non è un errore: 198. Milioni.) la band di Istanbul rimaneva ad aggirarsi intorno ai 9mila mi piace. Ma è pure vero che i numeri sono tanto buoni per dare una rappresentazione statistica della realtà, quanto poco lo sono per dire a volte cosa ci stia dietro. E dietro al nome dei Bubituzak, per fare un esempio veloce, ci sono gli artefici di uno dei dischi più interessanti prodotti in Turchia lo scorso anno, nonché uno dei pochi di cui ho visto parlare anche all’estero, per via dello zampino della Glitterbeat Records.

Di Ali Güçlü Şimşek, Görkem Karabudak ed Emrah Atay sono le mani e gli strumenti che hanno lavorato le fondamenta di Hologram İmparatorluğu (L’impero degli ologrammi), l’ultimo lavoro solista di Gaye Su Akyol. Ma se quando salgono sul palco insieme alla cantante il loro volto è coperto da una maschera, perché “aggiunge mistero e divertimento, flessibilità e un’estetica psichedelica”, quando se la levano ai Bubituzak resta appiccicata quell’abilità di mischiare rock e un’intenzione “turchissima” che è alla base del successo del disco di Gaye.

Ora, il trio non è che sia nato ieri, musicalmente. Se consideriamo soltanto la loro ultima metamorfosi, ossia quella che prende il nome di Bubituzak, Ali, Görkem ed Emrah condividono palchi e dischi “più o meno dal 2011”, per citare una vecchia intervista che fu pubblicata sul quotidiano Radikal, voce d’opposizione venuta meno a marzo del 2016, dopo vent’anni di vita e a soli due anni dalla decisione di lasciar andare la carta per diventare una pubblicazione all-digital.

Prima di dare definitivamente l’addio ai suoi lettori, Radikal fece in tempo a scrivere buone pagine di cultura (e non solo), tra le quasi si trova anche un’intervista del 2014 [TR] ai Bubituzak, che allora avevano già messo insieme un primo album solista e avevano altresì dei precedenti come Çilekeş (Ali e Görkem) e Kreş (Emrah).

Un album, il loro Uzay Yolları Taşlı (Sassosi sentieri stellari), in cui c’erano brani come Tayyare, che poi vorrebbe dire aereo, pure se a dirla tutta non è che sia un termine così comune. In aria, per farla breve, mediamente si va con un uçaka meno che non siate stati piloti militari nei primi del Novecento, quando il fes era più diffuso dei panama e la città di Kars, che ora siede sul confine (sbarrato) con l’Armenia, era ancora cosa dei russi.

Passato qualche anno dal loro primo esperimento, i Bubituzak hanno tirato fuori dal clindro un nuovo disco, Boyutlar, che da qualche giorno ha iniziato a girare su vari canali, grazie a due brani che gli hanno fatto da apripista. Uno è Harakiri, che — a dispetto del titolo, o molto coerentemente con esso— potrebbe essere la colonna sonora di un western un po’ Tarantiniano. L’altro è Ateş Olsan, che a tratti (a me) ricorda i Calibro 35, se volessimo citare qualcosa di sufficientemente nuovo.

L’album nuovo della band, che per non fare uno sgarbo a nessuno dice di fare e suonare musica “bıyık altı”, un mezzo gioco di parole con la frase che in turco è il nostro “ridersela sotto i baffi”, è uscito oggi. Con questa copertina qui 



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