Il “numero 1” del rap turco fu scritto in Germania

Un fotogramma dal video di Cartel

Viene spesso citato come il primo brano nella storia del rap turco, ma ad andare a guardare un po’ più da vicino si vedrebbe chiaramente che le cose non stanno esattamente così. Prima dei Cartel arrivarono altri tentativi, come quello dei TCA Microphone Mafia, ma quel che è certo è che la canzone che porta il nome del supergruppo fu il primo caso in cui un singolo stilisticamente tanto estraneo alle classifiche finì nelle orecchie di tutti, sfondando le porte del mainstream.

Provare per credere: quei versi che recitano “Cartel bir numara, en büyük” (Cartel numero uno, i più grandi), espressione vividissima del braggadocio tipico dell’hip-hop, sono rimasti in testa a una generazione intera, per diverse ragioni. Le stesse per cui quei versi negli anni sono stati al centro di più uno studio anche in ambito accademico.

Il rap di Alper Ağa, Erci E, Ichi Baba, M.Ali e Ole Peter aveva molte ragioni per non passare inosservato. Una di queste è che Cartel era un brano tanto turco quanto concepito molto più a ovest di Istanbul, tra Norimberga, Kiel e Berlino. “Venivamo da gruppi di tre diverse città in Germania – raccontavano i membri del gruppo nel 2011, in un’intervista con Hakan Gence – Quello che avevamo in comune era il nostro amore per l’hip-hop e la musica rap, ma non c’era nessuno che la facesse in turco”.

Nemmeno all’interno del gruppo tutti utilizzavano lo stesso mezzo espressivo, composto com’era in prevalenza da figli di gasterbeiter di origini turche, ma con l’aggiunta del cubano Ichi Baba e un mix che allo spagnolo e alla lingua di Atatürk aggiungeva anche il tedesco. Un cocktail tanto quanto lo era la strumentale, che se da un lato poteva ricordare lo stile di gruppi come gli House of Pain o i primi Cypress Hill, dall’altro rielaborava l’arabesk che raccontava e faceva muovere le comunità locali.

Dietro al successo di Cartel si muovevano diversi fattori. Uno di questi era la percezione da parte di una parte dell’opinione pubblica in Turchia che quel gruppo che nei suoi versi parlava di “folli turchi usciti dall’inferno” (cehennemden çıkan çılgın türk) e che nel suo logo aveva sostituito la “C” con la mezzaluna della bandiera fosse l’alfiere di un nazionalismo incarnato da un manipolo di figli di immigrati che gli stessi membri hanno però a più riprese negato.

“Non siamo mai stati un gruppo nazionalista – spiegavano – L’hip-hop si occupa di ingiustizie sociali, ma non facevamo politica. L’atteggiamento negativo dei tedeschi nei confronti dei turchi si mischiò con la nostra musica. Se ben ricordi i turchi venivano bruciati”. Un episodio che viene ricordato fin dai primi secondi del brano, in cui una radio riporta i fatti di Solingen, dove nel maggio 1993 un gruppo di uomini legati alla scena skinhead di estrema destra diede alle fiamme la casa di una famiglia turca nella città della Renania Settentrionale-Vestfalia, provocando diversi morti.

Qualunque fosse la percezione di sé che i Cartel avevano, fu anche la loro aura a contribuire a far vendere loro circa 300mila copie solo in Turchia, forti – ricorda Ayhan Kaya [1] – di una pubblicità massiccia sulle principali reti televisive e radiofoniche e del fatto che soprattutto i più giovani percepissero il loro genere come una novità assoluta per la musica turca. Di certo non guastò che nell’album messo insieme dal gruppo ci fossero anche brani come la Türksün di Erci E, il cui ritornello recitava esplicitamente “tu sei turco (tedesco), tu sei turco. Ricordatelo, non bisogna scordarselo”. Parole che potevano prestarsi senza troppa difficoltà a una doppia lettura.

Con liriche che invocano un’unità tra turchi, curdi, lazi e circassi, alcune delle componenti etniche del Paese, in un periodo in cui lo scontro tra lo Stato e i guerriglieri del Pkk stava subendo una recrudescenza e dopo anni in cui in Germania molti erano stati i casi di violenza di stampo razzista contro gli immigrati, il gruppo messo insieme dal produttore Ozan Sinan fu accolto con grande calore in Turchia. E tuttavia l’esperimento non rimase in piedi a lungo.

“Quell’album era un progetto a sé stante – raccontava il gruppo a Hürriyet – Avevamo in mente di tornare al nostro lavoro e alla nostra musica, ma incontrammo un successo inatteso. Tutto andava per il meglio quando decidemmo di staccarci dal nostro manager. I diritti del nostro nome rimasero a lui. A lungo abbiamo cercato di riaverlo indietro”.

Alcuni tra i membri del gruppo, da Erci E a Kabus Kerim, continuarono a fare musica da solisti. I Cartel fecero ritorno sulle scene nel 2011, con il loro secondo album Bugünkü neşen Cartel’den. Un tentativo decisamente più stanco e certamente meno rivoluzionario del primo progetto.

 

  1.  Kaya, Ayhan (1997, ottobre). Constructing Diasporas: Turkish Hip-Hop Youth in Berlin.