Gaye Su, l’imperatrice degli ologrammi

Gaye Su, l’imperatrice degli ologrammi

“Amo il rock, ma ci sono  cose nascoste nel mio subconscio. Chiamatelo Art rock turco, se vi pare”. Non potrebbe essere che Gaye Su Akyol a dare la definizione migliore della sua musica, di un intreccio tra nuovo e antico che pesca nella tradizione, lasciando che ad abboccare sia ora uno stile classico e ora il suono distorto e lisergico dell’Anadolu Rock, in una pozione i cui ingredienti devono qualcosa alla Seattle dei Nirvana e richiamano la Turchia di Müzeyyen Senar, Diva novecentesca della neonata repubblica.

È sul continuo rimpallare degli ingredienti che il secondo disco solista di Gaye Su Akyol prende forma, sulla linea che divide l’ispirazione (a volte) politica di una parte dei suoi testi e la passione portata all’estremo degli altri.

Da un lato i temi sociali, dall’altro l’aderenza a una tradizione solida e intramontabile, che dell’amore descritto nei suoi alti e bassi più intensi fa uno dei temi più comuni della “musica turca”. In mezzo un raccontarsi quasi sarcastico, di certo curioso, evidente fin dal titolo dei suoi due progetti. Il primo: Develerle Yaşıyorum (Sto vivendo con i cammelli). E il secondo e recente Hologram İmparatorluğu (L’impero degli ologrammi).


  1. Hologram
  2. Akıl Olmayınca
  3. Kendimin Efendisiyim Ben
  4. Fantastiktir Bahtı Yarimin
  5. Kendimden Kaçmaktan
  6. Dünya Kaleska
  7. Eski Tüfek
  8. Uzat Saçını İstanbul
  9. Nargile
  10. Anlasana Sana Aşığım
  11. Mona Lisa
  12. Berduş

Cosa c’entrino gli ologrammi con la sua musica Gaye Su lo ha spiegato in una bellissima chiacchierata con il magazine ReOrient, che proprio della produzione culturale del Medio Oriente allargato si occupa. È una questione di fisica teorica, ma forse pure una pragmatica armatura. “La politica mondiale – dice la cantante – è diventata tanto assurda che a volte mi trovo a chiedermi se tutto ciò possa essere reale, o se sia solo una bizzarra realtà alternativa”. Bizzarra quanto la sua arte, che se da una parte ha il sapore dei dischi di Selda Bağcan, dall’altra ha i colori di scenari futuri.

È figlia di un pittore Gaye Su Akyol. E se non mi è chiaro se e quanto i geni trasmettano la predisposizione all’arte, quello che è certo è che anche lei ha iniziato dalle arti visive, per approdare soltanto dopo alla musica, ma portandosi dietro un certo gusto per l’inaspettato e il teatrale che si percepisce un po’ ovunque, dal palco a video come quello di Develerle Yaşıyorum, che dava il titolo al suo album precedente.

Un pizzico d’influenza del padre nell’Impero di Gaye Su c’è eccome. C’è per esempio in Mona Lisa, un brano che proprio a Muzaffer Akyol deve le sue parole, recitate in una meyhane di İstanbul, una delle taverne dove i bicchieri sono del bianco lattiginoso del rakı. “Non era di certo la prima volta che mi leggeva uno dei suoi poemi in una meyhane – racconta la cantante a ReOrient -. Vi abbiamo abbozzato disegni insieme, ispirandoci l’un l’altro”.

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Big props to Ezgi Üstündağ, who made my life a lot easier by writing the best English language profile of Gaye Su Akyol to this day. Ezgi pens awesome essays at ReOrient. This note is just in case she would find herself here. Teşekkürler.



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