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Il candidato Mansur Yavaş

Il candidato Mansur Yavaş Posted on 20 Dicembre 2018Leave a comment

Non è un volto nuovo, e in fondo non è nemmeno una sorpresa. Era da tempo che il nome di Mansur Yavaş circolava come quello del possibile candidato che l’opposizione turca avrebbe schierato alle prossime elezioni locali ad Ankara, e ora la conferma è arrivata. Per la verità i dubbi che erano rimasti fino a oggi non erano tanto sulla sua candidatura, quanto piuttosto su un lungo tira e molla tra i due partiti dell’opposizione che hanno deciso di unire le loro forze e sostenersi a vicenda in molte delle città coinvolte dalle prossime elezioni.

Buon Partito (Ip) o Partito repubblicano del popolo (Chp)? Alla fine ha scelto lui, Yavaş, mettendo in chiaro di non avere nessuna intenzione di candidarsi con il primo soggetto politico, nato poco più di un anno fa dopo la defezione di alcuni membri di spicco dell’ultranazionalista Partito del movimento nazionalista (Mhp). Meglio il Chp allora, lo stesso partito con cui si era candidato ad Ankara nel 2014, ancora una volta per la poltrona di sindaco della città metropolitana.


A pochi giorni dal Natale 2013 il partito aveva ufficializzato la candidatura di Yavaş. Il Chp aveva presentato ai propri elettori il volto di un politico locale che aveva una lunga storia alle spalle, ma con un passato che poteva rivelarsi un’arma a doppio taglio. La sua lunga militanza nelle fila dell’estrema destra, che non aveva abbandonato poi da molto, aveva destato fin da subito più di una polemica nella base del partito, che si sarebbe protratta per buona parte della campagna elettorale, tra dibattiti e colpi bassi. Yavaş era stato scelto per sfidare İbrahim Melih Gökçek, sindaco uscente di Ankara e uomo in vista del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) di Erdoğan. Fine complottista e assiduo utilizzatore dei social media, inviso all’opposizione per una serie di decisioni discutibili, Gökçek si era preso la poltrona della capitale nel 1994, quando militava da parlamentare nel Partito del Benessere (RP), e non l’aveva più mollata.

Yavaş, nato nel 1955 a Beypazarı, uno dei distretti della provincia di Ankara, veniva da una famiglia di stampo conservatore. «Mio padre era un edicolante. Prima che io nascessi aveva anche lavorato come carpentiere. Io gli davo una mano. Mentre tutti gli altri giocavano, io distribuivo giornali cinque giorni alla settimana», aveva raccontato in un’intervista al sito Habertürk, dilungandosi poi nel parlare di una passione per il pallone tenuta “segreta” e di essere cresciuto in una casa in legno, di quelle che oggi si vedono sempre meno. Una casa in cui le relazioni erano calorose e i vicini di casa più che altro dei secondi genitori.

In quell’intervista, Yavaş aveva dipinto il ritratto di una famiglia non particolarmente schierata. «Non l’ho mai visto prendere parte a una discussione politica», aveva detto del padre, sottolineando come in seguito non avrebbe visto di buon occhio la sua scelta di cercare per sé un ruolo più attivo. Aveva ricordato come fosse stato un elettore del Partito della Giustizia (Ap) di Süleyman Demirel, che da metà degli anni Settanta aveva giocato un ruolo fondamentale nella politica della Repubblica, e di cui a lungo era stato primo ministro, infine Presidente. E anche di come fosse rimasto «molto impressionato» da un comizio di Necati Gültekin, uomo del Partito del movimento nazionalista (Mhp).

Gli anni della destra nazionalista

Quando Mansur aveva iniziato a interessarsi maggiormente alla politica, negli anni che avevano preceduto il golpe del 1980, era proprio al Mhp che si era rivolto. Erano anni in cui la destra e la sinistra turca erano divise da ideologie incompatibili e da atti di violenza politica che le autorità faticavano a contenere. Nel 1976 Yavaş era stato scelto a Beypazarı come segretario locale delle Case dell’ideale (Ülkü Ocakları), l’organizzazione giovanile del Mhp che aveva iniziato qualche anno prima a diffondersi nei campus universitari turchi. Dichiaratamente anti-comunista, come d’altra parte il partito stesso, sarebbe stata la scuola di gran parte della sua classe politica.

Nel 1983 Yavaş si era laureato in legge all’Università di Istanbul e aveva poi completato il suo servizio di leva come procuratore militare. In quello stesso periodo Mansur e Nursen, la donna che sarebbe diventata sua moglie, si erano conosciuti grazie un incontro combinato (görücü usulü). «Beypazarı è piccola. L’avevo già vista, ma non ci eravamo mai parlati», raccontò nel 2009 a un’intervistatrice più interessata al suo lato umano che non a quello politico. «Ci andammo controvoglia. Io a dirla tutta non avevo in mente di sposarmi e quant’altro, ma i parenti si misero di mezzo e dissero che era “arrivato il momento”». Di lì a poco si celebrarono le nozze. Dal matrimonio avrebbero avuto due figlie, Armağan e Cağlayan.

Tornato a Beypazarı finito il servizio militare obbligatorio, Yavaş aveva iniziato nel 1986 a lavorare come avvocato. Tre anni dopo era stato eletto in consiglio comunale, dove era rimasto per un mandato, prima di essere candidato come sindaco dal Mhp. Nel 1994 era uscito sconfitto dalla sfida elettorale, ma se quella volta la fortuna e le preferenze degli elettori non erano state dalla sua, si era rifatto quattro anni più tardi. Nelle elezioni locali del 18 aprile 1999 aveva portato a casa il 51% dei voti, e di conseguenza le chiavi del municipio. Un exploit destinato a ripetersi nel 2004, quando i consensi erano cresciuti fino al 55%.

Il primo successo di Yavaş era arrivato in un momento di transizione per il Mhp. La morte del suo storico leader e fondatore Alparslan Türkeş, nel novembre di due anni prima, aveva consegnato il partito al suo successore e aperto una nuova fase, in cui era riuscito a riguadagnarsi la fiducia di quell’elettorato rurale di cui stava perdendo il polso. I primi frutti della nuova era e del lavoro del nuovo segretario Devlet Bahçeli si sarebbero visti alle elezioni generali di quello stesso anno.

Nel 2009 Yavaş aveva tentato il salto di qualità, quando il Mhp lo aveva schierato come candidato sindaco per la capitale. Non aveva vinto, ma nemmeno aveva fatto troppo male. Con il 27% delle preferenze si era aggiudicato un solido terzo posto, dietro a Murat Karayalçın (Chp) e a Gökçek. Karayalçın aveva cercato quell’anno di riprendersi il posto che era stato suo vent’anni prima. Eletto ad Ankara nel 1989, l’ex sindaco aveva rassegnato le dimissioni nel settembre del 1993. Eletto leader del Partito populista socialdemocratico (Shp), era poi divenuto vice primo ministro e ministro degli Esteri nel governo di coalizione con il Partito della retta via (Dyp) di di Tansu Çiller.

Gökçek, l’inossidabile uomo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) era stato riconfermato ancora una volta dagli elettori.

L’aria che tira nel partito

Cinque anni più tardi, nel 2014, Yavaş era tornato a competere per lo stesso posto. A non essere più la stessa era l’egida sotto cui il suo nome era iscritto. Non più il partito ultra-nazionalista, ma il Chp kemalista. Il percorso che da uomo della destra dura e pura lo aveva portato ad approdare al soggetto politico che si rifaceva ai principi di Mustafa Kemal Atatürk non era stato privo di ostacoli. Il passato di Yavaş era tornato a emergere già prima della sua candidatura e non tutti gli elettori del Chp, o se è per questo nemmeno tutti i parlamentari, avevano accettato di buon grado quella scelta.

Prima che la prospettiva di una sua candidatura diventasse sempre più realistica, altri nome erano stati presi in considerazione. Un Chp alla ricerca di un nome con credenziali conservatrici, che potesse piacere all’altrettanto tradizionalista Ankara, aveva inizialmente fatto ri-emergere dal passato la figura di Lütfullah Kayalar, già ministro delle Finanze con il Partito della madrepatria (ANAP), di centrodestra. Quando il nome di Yavaş aveva iniziato a circolare, così erano subito iniziati anche i problemi.

Nel dicembre del 2013 un tweet pubblicato da Şükrü Karaca, consulente tra gli uomini più vicini ai vertici del partito, era stato interpretato come una conferma del fatto che l’ex uomo della destra nazionalista sarebbe stato scelto come candidato nella capitale. Non tutti avevano risposto con lo stesso entusiasmo. Muharrem İnce, che avrebbe tentato senza successo la scalata ai vertici del partito pochi mesi dopo, e che il Chp avrebbe poi scelto nel 2018 come candidato alle elezioni presidenziali, aveva invitato i suoi colleghi a riflettere sulla scelta. Il parlamentare era andato a ripescare una lettera inviata da Yavaş al segretario del Mhp Devlet Bahçeli. In quelle righe l’allora ultra-nazionalista Yavaş accusava il partito in cui a lungo aveva militato di starsi “Chp-izzando” e allontanando dalle idee su cui era stato fondato. Se non era difficile capire la ragione per cui queste parole tornavano a essere particolarmente importanti, altrettanto interessante era un’altra critica che İnce stava muovendo, sostenendo che l’obiettivo doveva essere sì quello di allargare il consenso del Partito repubblicano, ma non a scapito della propria base elettorale. Altre voci avevano già chiarito perché il nome di Yavaş non fosse universalmente ben accetto.

Gli anni Settanta tornano a galla

Negli stessi giorni una reazione alle voci sempre più insistenti sulla candidatura per le elezioni municipali era arrivata dai leader di alcune associazioni della minoranza alevita. Gli alevi avevano denunciato una “situazione estremamente grave”, in un comunicato pubblicato in occasione del 35esimo anniversario del massacro di Maraş. Nel dicembre 1978 la città della Turchia meridionale era stata il teatro di quello che sarebbe stato definito come un pogrom della destra ultra-nazionalista contro gli alevi, negli ultimi anni di un decennio marchiato dalla violenza politica. Dopo quei fatti la legge marziale era stata introdotta in tredici delle province turche, incluse Ankara e Istanbul. Nemmeno due anni dopo i militari avrebbero ancora una volta preso in mano la situazione.

Senza nominare esplicitamente Yavaş, le associazioni alevite avevano chiarito che la comunità non poteva che ritenersi ferita dalla prospettiva di una sua candidatura . Il peso elettorale della minoranza, tradizionalmente parte della base del Chp, bastava a spiegare perché i quotidiani ritenessero necessario riportare quelle dichiarazioni. Le rimostranze di una parte degli elettori e dei rappresentanti del partito avevano sortito ben poco effetto. Il 22 dicembre 2013 l’assemblea del partito aveva confermato la candidatura di Yavaş, mettendo fine al dibattito sul suo nome, ma non alle polemiche.

Nelle prime settimane dell’anno nuovo il passato del candidato sindaco era tornato nuovamente a galla. Questa volta era stato il frammento di un vecchio comizio politico – ripreso dalle telecamere di Beyaz Tv – a fare irruzione nell’agenda politica. Nei pochi secondi riemersi (o fatti riemergere) Yavaş rivolgeva parole di fuoco alla sinistra turca, condannando senza possibilità d’appello alcune delle sue icone.

Il candidato del Chp, che negli anni in cui il video era stato girato sfoggiava un paio di baffi alla moda dei militanti della destra radicale, menzionava uno in fila all’altro Deniz Gezmiş, membro dell’Esercito di liberazione popolare della Turchia (Thko) condannato a morte nel 1972; il regista Yılmaz Güney, fuggito dal Paese dopo essere stato ritenuto colpevole dell’uccisione di un membro della magistratura, e gli scrittori Eşber Yağmurdereli e Yaşar Kemal. Condannava loro e chi li riteneva degli eroi rivoluzionari. Attaccava chi, allo stesso tempo, dava dei mafiosi agli “Idealisti” di destra.

Chiedo ai selvaggi che proclamano eroe Deniz Gezmiş, l’assassino di un giudice Yılmaz Güney, il terrorista ceco Eşber, e Yaşar Kemal, che proclamano gli ülkücü mafiosi e malavitosi; sono malavitose queste persone, o lo siete voi?

Mansur Yavaş

Non era difficile capire perché quei commenti risultassero problematici per il Chp, o per il più ampio campo della sinistra turca. E tuttavia in quelle parole c’era ben poco di inatteso. Il passato politico di Yavaş era noto: aveva trascorso una buona fetta del suo percorso da militante in un partito che aveva fatto per lungo tempo della lotta al comunismo l’unico suo vero obiettivo.

A chi lo accusava di ipocrisia, o peggio, Yavaş aveva risposto dai media locali. “Eravamo giovani, dicevamo cose di quel tipo”, aveva detto ad Ahmet Hakan durante una puntata del suo programma sulla CNN Türk . Aveva aggiunto di avere scelto di impegnarsi in politica più di trentacinque anni prima, quasi a lasciar intendere che andando a scavare nel suo passato di certo si sarebbe trovato qualcosa di cui accusarlo. Era altrettanto facile capire perché quelle critiche, e il tentativo di tracciare un solco tra gli elettori e il partito, sarebbero stati messi da parte in fretta. Il primo obiettivo della campagna elettorale, avrebbe detto Yavaş nei mesi successivi, era quello di «salvare la città di Ankara da Melih Gökçek» . Chiunque fosse a farlo. Quelle elezioni venivano presentate come molto più di una questione di numeri e appartenenza.

[Continua…]

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