03. Naim Süleymanoğlu, il peso della Turchia sulle spalle

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Il 22 luglio del 1996 è un caldo lunedì dell’estate americana. Ad Atlanta si stanno disputando i Giochi olimpici, che per quel giorno prevedono una disciplina delle più classiche. Gli spalti del Georgia World Congress Center sono un tripudio di bianco, rosso e ciano, di voci che cantano “Hellas” e “Türkiye”, per sostenere fino all’ultimo tentativo la sfida tra due colossi del sollevamento pesi.

Da un lato c’è Valerios Leonidis, che arriva in America con in saccoccia gli argenti conquistati nei Mondiali dei due anni precedenti. Quello disputato a Istanbul e quello cinese, a Guangzhou, dove si è visto sfuggire il primo posto soltanto perché il suo avversario era di poco più leggero di lui. Dall’altro lato c’è l’uomo che lo ha sconfitto in entrambe le occasioni. Un gigante, pure se la sua statura gli ha fatto conquistare il titolo di “piccolo Ercole” prima ancora di una serie di ori che lo hanno reso il nome da battere.

La sfida tra il greco Leonidis e il turco Naim Süleymanoğlu non è l’unica prova di forza a mettere contro i due Paesi in quel periodo. Pochi mesi prima una contesa per il possesso di due minuscole isole nell’Egeo ha rischiato di trasformarsi in una questione molto più seria e messo a nudo un problema di sovranità irrisolto, che va ad aggiungersi a una rivalità storica. Ma ad Atlanta la sfida è tutta sportiva ed è attesa con la trepidazione che può circondare la competizione in cui l’atleta che da tempo è l’uomo da battere è a caccia del suo terzo oro olimpico consecutivo.

Bisogna però fare un passo indietro per capire perché la storia di Naim Süleymanoğlu sia tanto particolare. E perché valga la pena ricordarla adesso. Bisogna riandare alle Olimpiadi di Seul, a trent’anni fa, e prima ancora al torneo per i mondiali del 1986, in Australia, dove una vicenda sportiva si tinse dei colori della Guerra fredda.

La breccia nel muro

Nel 1986 Süleymanoğlu è poco più che diciottenne e come i genitori non raggiunge il metro e cinquanta di altezza, ma non è la giovane età, né la statura, la ragione principale per cui fa notizia nei circoli sportivi. Da tre anni il pesista di Ptičar (Bulgaria) non perde una gara importante. Si è messo al collo un oro dopo l’altro, costretto a rinunciare a quello delle Olimpiadi estive del 1984 quando il suo Paese ha aderito entusiasticamente al boicottaggio dei Giochi californiani proclamato dall’Unione Sovietica.

Naim perde quell’anno l’occasione per provare a portare a casa il primo oro olimpico, ma a venirgli sottratta non è soltanto la possibilità di arrivare alla medaglia. Da lì a poco polizia ed esercito circondano il distretto meridionale di Kărdžali, dove vive la maggior parte di chi come lui è bulgaro, ma fa parte della minoranza turca. In quegli anni le autorità di Sofia hanno dato il via a una campagna di assimilazione che porterà centinaia di migliaia di persone ad abbandonare il Paese, riversandosi verso la frontiera con la Turchia.

A fare le spese delle direttive sono la lingua, la religione, ma anche i cognomi dei turchi di Bulgaria e così pure quello del pesista, che le cronache sportive di quegli anni ricordano come Neum Shalamanov. “È molto difficile da spiegare – dirà l’atleta – ma un nome è il carattere e l’immagine di una persona. Mi sentii come se non fossi nessuno, come se mi avessero assegnato un numero”.

Per Shalamanov l’appuntamento internazionale rappresenta un’occasione per uscire dai confini del Paese e in fondo, racconterà anni dopo alla tv di Stato turca, al popolare cantante Barış Manço, è proprio quella una delle ragioni per cui ha iniziato a sollevare i pesi.

In Australia vince l’ennesima sfida, ma non alza l’asticella del record mondiale complessivo, come farà più e più volte durante la sua carriera. Al termine della competizione, durante i festeggiamenti, scompare senza lasciare traccia. Di lui non si sa più nulla, tanto che il capo della delegazione bulgara denuncia un rapimento.

È Mehmet Bahar, direttore del giornale turco Hür Dünya, a dire che si sta nascondendo da amici bulgaro-turchi, in attesa che il team bulgaro riparta dall’Australia, dove avrebbe intenzione di chiedere asilo politico.

Dopo giorni l’atleta esce allo scoperto. La sua decisione è di quelle da cui difficilmente si può tornare indietro: sta disertando dal blocco orientale. “Shalamanov – scriverà il Los Angeles Time – è l’atleta di maggior successo a lasciare un Paese comunista da che Martina Navratilova ha raggiunto gli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia”.

Il trionfo di Ercole

Quando ricompare in pedana ai Giochi è il 1988. Il “piccolo Ercole” ha cambiato il suo cognome in Süleymanoğlu ed ha raggiunto Seul con la piccola spedizione turca. Il modo in cui dall’Australia ha raggiunto Ankara è “degno di un film di spionaggio”, dirà Ahmet Özal, figlio dell’allora presidente della Repubblica. È con il jet privato del padre che Naim è arrivato in Turchia. È con almeno un milione di dollari allungato ai bulgari che si sono conquistati il diritto di farlo tornare a gareggiare.

I Giochi del 1988 raccontano bene di un mondo prossimo al tramonto. La nazione ospitante è stata scelta a Baden Baden, Germania dell’Ovest. Il medagliere finale racconta di una sfida tra titani: URSS, Germania dell’Est e Stati Uniti. . L’Italia ci arriva affidando il tricolore a un Mennea alla quinta Olimpiade e non più in forma smagliante, e Süleymanoğlu dà la caccia alla sua prima medaglia olimpica.

È tutt’altro che una questione da poco per la Turchia, che fino a quel momento non ha mai messo piede sul podio olimpico, se non per la lotta. “Sento di avere l’intera nazione dietro di me”, dirà Süleymanoğlu, e in fondo è così.

Mentre l’attenzione del mondo è sul duello nei 100 piani tra Johnson e Lewis, che risulterà poi positivo al doping, le speranze della Turchia si concentrano su di lui, e lui non delude. Il drappello di atleti torna a casa con l’argento del lottatore Necmi Gençalp e con l’oro nel sollevamento pesi. Una storia che si ripete nel 1992, a Barcellona, dove l’Ercolino turco torna a gareggiare, nonostante avesse deciso di ritirarsi dopo il primo successo, stufo di uno sport che gli aveva dato molto, ma “tolto l’infanzia”.

Il pretendente al trono

Valerios Leonidis ad Atlanta

Atlanta è un’altra storia. Quando arriva negli Stati Uniti Naim è uno dei lottatori più forti della sua epoca, ma le cose sono cambiate. Deve fare i conti con il fatto che i record nelle due specialità del sollevamento non portano più il suo nome. La Cina gli ha portato via il primato nello strappo e quello dello slancio se l’è preso Valerios Leonidis, il greco che si preannuncia come il suo vero concorrente.

Anche Süleymanoğlu è cambiato. Vincere a Seul era prima di tutto un riscatto, una questione politica. Il pesista che sbarca in America è un uomo che alla voglia di rivalsa ha sostituito un gran desiderio di far bene. Sa che “la gente della Turchia vuole una vittoria”, ma parla dello sport come di “un hobby che lo diverte”.

La sfida è un affaccio sulla storia. Naim è un bulgaro di origini turche, naturalizzato. Valerios è nato nell’Unione Sovietica e qui ha tirato su pesi per anni, prima di iniziare a vestire i colori della Grecia. Sa qualche parola di turco, che gli hanno insegnato i nonni.

Al Georgia World Congress Center si susseguono i tentativi. Leonidis e Süleymanoğlu attendono che l’asticella sia alta per entrare in gara. Valerios rompe gli indugi a 140 chili, un peso che ha già sollevato ai Mondiali. È concentrato e lo tira su quasi agevolmente, lasciando la palla a Naim. Hanno tre tentativi a testa, ma il turco non vuole correre rischi. Chiede un salto di cinque chili: ne vuole sollevare 145, e li solleva.

Leonidis usa il secondo tentativo per portarsi alla pari. Le braccia tese raccontano lo sforzo. Ma il bilanciere sale, l’alzata è valida. Süleymanoğlu passa a 147,5 chili. È troppo anche per lui: l’asta sala al di sopra delle spalle, ma il peso ricade in avanti. Nemmeno Leonidis ha fortuna. Il “piccolo Ercole” ha un’ultima chance. Guarda l’asta per un attimo. La tocca, poi si ritrae. Torna a tastarla con la punta delle dita. La scruta, le mani bianche di gesso. Poi si piega e quel peso sale con lui, insieme ai suoi 63 chili e nove. Lo stadio esplode, metà della competizione è sua.

Süleymanoğlu inizia in vantaggio la seconda parte della gara. Alza 180 chili e Leonidis lo segue. Poi ne alza 185, infrangendo non uno, ma due record mondiali. Lo sguardo dice tutto: sta andando a riprendersi quello che è suo. Leonidis risponde con 187,5, abbastanza per dargli la vittoria. Per il suo allenatore è “uno sforzo sovrumano”. E basta l’espressione dell’atleta a raccontare la fatica di quel gesto. Ma il bilanciere si stacca da terra, arriva alle spalle, poi alto sulla testa. È un nuovo record. Un urlo gioioso percorre l’arena, tutta sua: chi guarda sa che sta assistendo a un momento storico.

Naim tenta lo stesso peso. Sono di nuovo 187,5 chili, di nuovo un’alzata riuscita. Di nuovo un record mondiale schiantato: il quarto in pochi minuti. Valerios ha una sola scelta, tirarne su 190. Mentre si piega verso il bilanciere si sentono i consigli dell’allenatore spezzare un silenzio assoluto. Poi uno scatto. Il peso arriva alle spalle. Leonidis è piegato sulle ginocchia, la faccia stravolta da una smorfia. Quei chili non vogliono saperne di salire e il greco li fa cadere. È la fine di un match incredibile; un argento per lui, il terzo oro olimpico consecutivo per Süleymanoğlu.

Naim Süleymanoğlu

La caduta dall’Olimpo

Per Naim Atlanta è l’ultimo grande successo olimpico. Al volgere del nuovo millennio medita di tornare in pedana a Sydney, per provare di nuovo a tirare su quel bilanciere che pesa tre volte lui. “Ho chiesto a tutti: posso farcela ancora? Posso vincere un oro? Mi hanno detto che se avessi provato avrei potuto”, confessa alla stampa. La fiducia di chi gli è vicino non è però sufficiente e la sua carriera si chiude in modo poco glorioso. Dopo un terzo posto agli Europei, i Giochi finiscono per lui con tre tentativi di sollevamento a vuoto.

In Australia, dove era iniziata la sua storia con la Turchia, si chiude anche la parabola di un piccolo atleta gigante. Quattro anni dopo Süleymanoğlu tenta la strada della politica, candidandosi con gli ultra-nazionalisti del Mhp prima a sindaco e poi a parlamentare. A chi gli chiede perché scegliere loro e non il Partito della Madrepatria (Anap) che fu di Turgut Özal, risponde che se fosse vivo neppure lui ne farebbe più parte. Promette di fare in politica bene quanto ha fatto nello sport, ma fallisce entrambe le volte e comincia a comparire sulle pagine di giornale sempre meno per i suoi meriti e sempre più per i suoi problemi con l’alcol.

Naim Süleymanoğlu è morto nel novembre dello scorso anno a soli 50 anni, dopo un trapianto reso necessario da una cirrosi. A salutarlo alla moschea di Fatih, a Istanbul, c’erano la autorità, tre delle quattro figlie, che ebbe senza mai sposarsi, e c’era anche Valerios Leonidis, con qualche anno in più sulle spalle.

“Sapete qual’è stata la cosa più importante che abbiamo fatto? – dirà alla stampa – Sulla pedana lottavamo, ma al di fuori eravamo amici. Abbiamo dato un messaggio importante. Lo hanno visto i turchi e lo hanno visto i greci. Oggi non è solo la Turchia a perdere qualcuno, ma tutta la comunità del sollevamento pesi, tutta la comunità sportiva. Naim era una leggenda”.

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