04. Ultima fermata Beyoğlu

Çöpçüler Kralı (Il re degli spazzini. 1978, Zeki Ökten)

Se andate di fretta

  1. Beyoğlu Sineması, il cinema rinato dalle sue ceneri. Valentina Marcella, Kaleydoskop
  2. How to resist power at the movies. Paul Osterlund, The Outline
  3. Turchia, la politica di Erdoğan a suon di mattoni. Fazıla Mat, Osservatorio Balcani Caucaso
  4. Turkish genealogy database fascinates, frightens Turks. Fehim Taştekin, Al Monitor
  5. Turkey has gone more than a year without a major terror attack. This is how. Borzou Daragahi, BuzzFeed

Sono giorni di cinema, questi. Mentre leggete probabilmente non manca molto alla cerimonia che domenica notte annuncerà i vincitori dei Premi Oscar di quest’anno, che per la Turchia sono stati un’occasione persa. Ayla, la pellicola scelta per la sezione Miglior film non in lingua inglese, non è tra i candidati. Ma forse già lo sapete, perché ne abbiamo parlato nel numero #2 della newsletter. Non c’è nemmeno Oltre la notte di Fatih Akın, il regista tedesco di origini turche che doveva rappresentare la Germania.

Poco male, perché gli Academy non sono l’unica rassegna di questo periodo. A İstanbul si è chiuso da poco il Festival del cinema indipendente, che è sbarcato invece ad Ankara e İzmir. E che ci fornisce un’ottima scusa per tirare fuori un articolo uscito su Kaleydoskop e che racconta un pezzo della storia del cinema in Turchia.

“Sguardo attento, baffo sottile e risata contagiosa, accoglie tutti con estrema gentilezza Ali Erkan Kardan, senza negare quattro chiacchiere ai clienti abituali. È la maschera del Beyoğlu Sineması, cinema di due sale situato al piano -1 dell’Halep Pasajı, uno dei tanti passage nati sul corso Istiklal di Istanbul a fine Ottocento su modello delle gallerie commerciali parigine”.

!f 2018

L’articolo di Valentina Marcella racconta non solo la storia di Ali, ma anche quella di Beyoğlu, il quartiere che chiunque sia andato a Istanbul almeno una volta ha visitato, che fu “punto di ritrovo artistico-intellettuale dell’élite ottomana e levantina”, ma dove molti dei vecchi cinema sono stati “soppiantati da multisala, negozi e centri commerciali”.

Il Beyoğlu è tra i pochi rimasti e ne parla anche Paul Osterlund su The Outline. “È dove ho visto Kaygı, il film di debutto di Ceylan Özçelik, un’aspra rappresentazione della Turchia di oggi. Un arrogante ‘uomo forte’ islamista veste anche i panni di magnate che presiede su una società soffocata, dove la stampa critica è stata eliminata e le voci del dissenso non sono più tollerate. Il film è così critico che gli spettatori al corrente della situazione politica in Turchia potrebbero rimanere shoccati dal fatto che sia riuscito ad arrivare in sala”.

“Potrebbe sorprendere ancora di più che la produzione abbia ricevuto finanziamenti per 300.000 lire turche (64.000 euro) dal ministero della Cultura e del Turismo. Era il 2015, un anno prima che un famigerato tentativo di golpe scuotesse la società, seguito da una dura repressione del governo sugli oppositori”, scrive il giornalista.

Ci sono due foto che accostate raccontano molto bene della trasformazione di Beyoğlu. Sono scatti entrambi realizzati a piazza Taksim, uno dei suoi luoghi più noti. Da un lato c’è una nuova moschea, in costruzione. Dall’altro il Centro culturale Atatürk (Akm), un simbolo nazionale che ha visto più polemiche e dispute di quanto potrebbe far pensare, e la cui storia meriterebbe uno spazio a parte.

“Il dibattito sulle costruzioni di Taksim/Beyoğlu vede apertamente contrapposti due stili di vita – scrive Fazıla Mat – Da una parte una cultura affacciata all’Occidente che in Beyoğlu-Pera ha storicamente trovato il suo fulcro diventando, con tutte le sue contraddizioni, il modello di modernità della Turchia repubblicana; dall’altra la cultura della “nuova Turchia”: moderna, neoliberista, conservatrice e musulmano-sunnita al contempo, che dà nuova forma e significato allo spazio pubblico. E Taksim, al cui centro si colloca un importante monumento alla Repubblica, è considerato spazio pubblico per eccellenza”.

Ha a che fare con l’identità anche una scelta che il governo ha preso di recente: rendere accessibili i registri della popolazione, consentendo a tutti di conoscere meglio la propria genealogia. Per qualcuno da quei dati non è uscito molto. “Siamo incorreggibilmente di Ankara”, mi ha detto un’amica – più sollevata che annoiata dalla cosa – mentre qualcun altro, la cui famiglia è originaria dell’Est, guardava al sito con un po’ di scetticismo. “Fino a qualche tempo fa l’anagrafe non era esattamente un big deal dalle parti di mio padre”. Ma c’è anche chi ha scoperto (o ri-scoperto) una storia più complicata.

“La genealogia è sempre stata un argomento di conversazione popolare, ma anche uno strumento di divisione politica e sociale – scrive Fehim Taştekin – Le famiglie spesso riconoscevano in privato una discendenza armena o che un parente morto da tempo si era convertito all’islam, ma queste conversazioni era tenute segrete”.

Per il giornalista Serdar Korucu, che non esclude dalla scelta possa venire qualcosa di buono, se i dati fossero stati pubblicati “un paio d’anni fa, quando stavamo [diventando più tolleranti], le teorie del complotto non sarebbero state forti come sono oggi, con lo Stato che si comporta come se stessimo lottando per esistere”.

Di una lotta condotta dallo Stato, o di una “partita a scacchi”, come dice un funzionario a Borzou Daragahi, parla anche un articolo uscito di recente su BuzzFeed e che prova a raccontare da dentro le ragioni per cui da un anno in Turchia non avvengono grossi attentati, in netto contrasto con il 2016, dove dal Bosforo a Suruç, sul confine siriano, ci sono state decine di vittime.

“La Turchia e i suoi partner occidentali – scrive tra l’altro Daraghai – sono in disaccordo su un certo numero di questioni fondamentali”, ma “esperti e funzionari dicono che continuano a condividere informazioni sulle questioni di sicurezza. ‘Da ogni punto di vista, la coordinazione sull’anti-terrorismo della Turchia e dell’Occidente sull’Isis funzionano piuttosto bene, nonostante le tensioni politiche'”.

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Per questo sabato è tutto. Grazie per avere letto fino a qui! Prima di augurarti un buon fine settimana vorrei ricordarti che per ogni cosa mi puoi scrivere a questa email. Se non sei iscritto alla newsletter puoi rimediare da qui. Se invece vuoi invitare qualcuno a salire a bordo da qui. Come sempre, görüşürüz.

In apertura: un fotogramma da Çöpçüler Kralı (Il re degli spazzini. 1978, Zeki Ökten)