07. Il Capodanno persiano e i funerali della stampa

Dolmuş è una newsletter che si chiama come i bus collettivi in turco. Parte una volta alla settimana, il sabato mattina. E durante il viaggio prova a raccontarvi qualcosa che non conoscevate

Se andate di fretta

  1. Virtual farming game cheats Turks out of real property. Pinar Tremblay, Al-Monitor
  2. Turchia, vendita dei media Doğan. Fazıla Mat, Osservatorio Balcani Caucaso
  3. Festival of Newroz celebrated across Turkey even as arrests are made. Middle East Eye
  4. How Nowruz is Celebrated Around the World. Alex Shams, Ajam Media collectice
  5. A short history of Turkish Internet series. Ali Abaday, Ahval

C’è una persona in fuga su cui la Turchia desidererebbe molto mettere le mani. Non si tratta di Fethullah Gülen, il predicatore accusato di avere ordito la trama del fallito colpo di Stato del luglio 2016, ma piuttosto dell’uomo che per più di un anno ha giocato con i soldi di migliaia di persone, convincendole che investire nella sua società fosse un’ottima idea e pure lucrativa.

Lasciate che vi presenti Mehmet Aydın, posto che sia davvero il nome che c’è sulla sua carta d’identità, perché anche su questo punto c’è qualche dubbio. Ventisette anni, una società aperta a Cipro nel 2016, questo ragazzotto dall’aria bonaria è riuscito a portare 80mila persone a investire nella sua Banca dell’agricoltura (Çiftlik Bank), con la promessa di grandi ricavi dopo un investimento iniziale di circa 40mila euro.

Il fondatore della Çiftlik Bank, Mehmet Aydın, in un'intervista televisiva
Il fondatore della Çiftlik Bank, Mehmet Aydın, in un’intervista televisiva

È quello che tecnicamente si chiama uno “schema Ponzi”: un truffatore convince un primo gruppo di persone di avere trovato un modo per fare molti soldi, molto in fretta. Inizialmente la cosa sembra funzionare e dei ricavi arrivano davvero. Il problema sorge quando il numero di persone coinvolte non cresce abbastanza in fretta perché le quote dovute siano pagate a tutti. Perché – e qui sta l’inganno – non c’è alcun investimento. Il 100% del capitale viene da chi lo investe.

Mehmet Aydın, racconta uno psicologo ad Al-Monitor, in un articolo che spiega bene la questione, ha giocato molto abilmente con “l’illusione di stare lavorando per la Turchia” e l’idea “nostalgica” di un mondo rurale, lontano dalla vita quotidiana di chi vive nelle grandi città.

C’è un’altra questione che ha a che fare con l’economia e di cui è importante parlare questa settimana. Una grossa compagnia turca vicina al presidente Erdoğan, la Demiroren, ha messo gli occhi sull’impero mediatico di Aydın Doğan, proprietario di radio, televisioni, di diversi quotidiani a larga tiratura e di un’agenzia stampa. È importante perché un affare di queste dimensioni, per quanto riguarda il mondo dell’informazione, è senza precedenti. Ma la questione non si esaurisce qui.

Doğan è un imprenditore simbolo di quella che a volte viene chiamata la “vecchia Turchia” dell’elite secolare, in contrapposizione alla “nuova Turchia” dell’Akp. Non è un paladino dell’informazione libera a ogni costo, questo proprio no, soprattutto negli ultimi anni. Su quotidiani che gli appartenevano, come Radical  hanno spesso trovato posto questioni importanti e voci scomode, ma d’altro canto la CNN Türk è la tv che divenne nota a livello internazionale per la scelta di mandare in onda un documentario sui pinguini mentre la polizia reprimeva la protesta di Gezi Park, a Istanbul.

E tuttavia Hürriyet, una delle testate del gruppo, era l’ultima a larga diffusione a non avere adottato una linea smaccatamente filo-governativa. I giornali di sinistra, da Cumhuriyet a Evrensel, hanno a confronto una diffusione risibile. Ancora una volta la questione è spiegata molto bene da Osservatorio Balcani Caucaso.

Mentre la stampa scriveva della cessione dell’impero di Doğan, da İstanbul alle città dell’Est, come Van e Diyarbakır, milioni di persone festeggiavano il Nowruz, il “Capodanno persiano”. “I manifestanti sventolavano bandiere del partito pro-curdo Hdp e altre con il volto di Abdullah Öcalan, fondatore del Pkk e leader ideologico di un certo numero di organizzazioni curde”, si legge in un articolo su Middle East Eye, che ricorda come le celebrazioni siano per i curdi in Turchia un’occasione connotata anche da un profondo significato politico.

Non è un caso che dal palco del Newroz, a Diyarbakır, la co-leader del partito Pervin Buldan (di lei vi avevo parlato qualche numero fa) abbia ricordato anche Afrin, la città nel nord della Siria dove le milizie fedeli alla Turchia sono entrate pochi giorni fa, mentre le Ypg/Ypj – considerate ad Ankara gruppo terroristico per il loro legame con il Pkk – si ritiravano ed Erdoğan prometteva che la campagna non si sarebbe fermata lì.

Il Newroz non è però soltanto dei curdi. Sono molti i Paesi – in Medioriente e al di fuori – che lo celebrano, ognuno a modo suo e con alcuni richiami simbolici comuni, a partire dal fuoco. Ma per esempio in Iran ha a che fare anche con sette elementi, che iniziano tutti e sette con la lettera “S”. C’è un bell’articolo su Ajam che racconta come la Festa della primavera, questo è in fondo il Newroz, venga celebrato dalle diverse comunità nel mondo.

Fi serie tv

Un ultimo consiglio di lettura. La Turchia, non è una novità, è famosa per le sue soap opera, spesso esportate anche all’estero. Kiraz Mevsimi (Cherry Season), è arrivata negli anni scorsi persino da noi. C’è però tutta una serie di serie tv che al posto che sul piccolo schermo vivono sulla rete. Una fra tutte è Fi, tratta dal libro di Azra Cohen, di cui – se avete almeno un amico turco – è molto probabile abbiate sentito parlare. Qualche giorno fa è uscito un articolo che parla proprio della tv che non passa in tv. Lo trovate qui.

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