09. Guardare casa attraverso il filo spinato

Dolmuş è una newsletter che si chiama come i bus collettivi in turco. Parte una volta alla settimana, il sabato mattina. E durante il viaggio prova a raccontarvi qualcosa che non conoscevate

Se andate di fretta

  1. The Turkish orphans stranded after IS struggle in Iraq. Selin Girit, BBC
  2. Raw Deal – What happened to the billions that Brussels pledged to Turkey to keep refugees out of the EU. Craig Shaw, Zeynep Şentek e Şebnem Arsu, The Black Sea
  3. The agonies of writing from exile. Alev Scott, Financial Times
  4. Dog fights and sex parties: the man who photographs Istanbul after dark. Tom Seymour, The Guardian
  5. Grup Yorum: the jailed band Turkey can’t silence. Bryony Wright, The Guardian

Si sono lasciati dietro le macerie di uno Stato terrorista, arrivato in pochi anni a controllare vaste porzioni di Siria e Iraq e poi imploso, fino a che il territorio da loro controllato non si è ridotto a un lumicino. Ma i jihadisti dell’Isis si sono lasciati dietro anche molto altro, inclusi centinaia di donne e bambini che hanno varcato la frontiera con chi andava a unirsi alle milizie del Califfato. Il collasso del sedicente Stato islamico ha creato tutta una serie di enormi problemi collaterali: dalla necessità di ricostruire città ridotte allo spettro di ciò che erano a quella di capire che cosa fare di chi ora è in carcere con l’accusa di avere combattuto o di avere in qualche modo aiutato i terroristi.

“Si ritiene che in una prigione a Baghdad siano trattenute più di 300 donne e 600 bambini di nazionalità turca”, racconta la giornalista Selin Girit per la Bbc. Almeno 50 donne sono state già condannate a morte, secondo la legge irachena che prevede la pena capitale anche per chi non sia accusato di avere direttamente imbracciato il mitra per l’Isis. E poi ci sono storie come quelle delle nipoti di Ummugulsum, 12 e 9 anni. Dopo avere passato il confine, trascinate dai genitori e da altri membri della loro famiglia, di loro si sono perse le tracce, fino a che sono riapparse in un orfanotrofio di Baghdad, dove attendono di essere espatriate.

Quelle delle due ragazzine e di molti altri bambini trascinati via da casa per seguire il richiamo del jihad, sono solo alcune delle vite tenute in sospeso dalla guerra, tanto quanto lo sono quelle di milioni di persone che hanno lasciato la Siria dopo che la guerra è esplosa. Su The Black Sea, la stessa pubblicazione nominata quest’anno per un European Press Prize per il lavoro investigativo sui “Malta files”, i giornalisti Craig Shaw, Zeynep Şentek e Şebnem Arsu si chiedono cosa sia successo ai miliardi che Bruxelles ha promesso alla Turchia per tenere i rifugiati fuori dall’Ue.

Ma c’è una terza storia che, se ha a che fare con un qualcosa di molto diverso, in fondo racconta ancora di una distanza e di un fossato estremamente arduo da saltare. È quella pubblicata dal Financial Times, in cui Alev Scott raccoglie le voci degli intellettuali turchi costretti a lasciare il Paese e della “agonia di scrivere dall’esilio”: quella di Can Dündar, ex direttore del quotidiano d’opposizione Cumhuriyet, o quella di Sevan Nişanyan, che quasi due anni fa evase dal carcere e se andò con una barca, annunciando su Twitter: “L’uccello ha preso il volo. Auguro lo stesso agli altri 80 milioni”.

Le storie numero 4 e 5 di questo numero della newsletter arrivano entrambe dal Guardian ed entrambe hanno a che fare con l’arte. C’è quella del fotografo Çağdaş Erdoğan, che racconta un’Istanbul underground e molto distante da certe idee preconcette che abbiamo della metropoli. E poi c’è quella di Grup Yorum. Il quotidiano li definisce come la “band in carcere che la Turchia non riesce a far tacere”. Un collettivo di artisti dalle idee politiche molto chiare – e controverse – e con un seguito difficile da ignorare. Nonostante undici membri in carcere.


ps. sì, questa settimana la newsletter arriva un po’ in ritardo per un inconveniente tecnico che non avevo messo in conto 🙂

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