08. Sesso, guru & news che LOL

 

Se avete letto l’ultimo numero di questa newsletter, sapete che c’è un grosso gruppo editoriale turco, quello che era guidato da Aydın Doğan, che è stato acquistato da un secondo gruppo industriale, vicino al presidente Erdoğan, la holding Demiroren. Della questione in questi giorni si è scritto molto e lunedì sono arrivate le prime dimissioni dal quotidiano Hürrıyet, una delle fette più importanti della torta.

Tra le cose che si sono scritte sul passaggio di proprietà di televisioni e giornali ce ne sono molte che si sono concentrate su che cosa questo significhi per la libertà di stampa in Turchia e per un’informazione sempre meno plurale. Ma sorprendentemente – o forse no, e vedremo perché – il commento più arguto non è arrivato dalle penne che scrivono gli editoriali, ma da una testata che è scritta in turco, ha un nome tedesco e dei contenuti… che non sono notizie. Almeno non in senso stretto.

Il titolo di Zaytung sulla vendita dei media di Doğan
Il titolo di Zaytung sulla vendita dei media di Doğan

Con un motto che recita “notizie oneste, imparziali e non etiche”, lo Zaytung fa da tempo quello che negli Stati Uniti fa The Onion, o che con modalità diverse fa Andy Borowitz sul New Yorker: prendere le notizie, quelle vere, iniettarci un bel po’ di satira e pubblicarle. Il punto è che, così facendo, riesce a volte a essere più incisivo delle testate tradizionali. Vi chiederete che cosa c’entri qui la vendita dei media di Doğan. E ci arriviamo subito, con lo spunto che offre un articolo di Nazlan Ertan, scritto per Al-Monitor (sì, lo citiamo spesso).

Sullo Zaytung è apparso questa settimana un pezzo a commento della vicenda, intitolato così. “Può la libertà di stampa in Turchia rischiare di subire un impatto negativo quando il colosso mediatico più grande del Paese è venduto da una compagnia che sostiene con riluttanza il governo a una che lo fa apertamente?”. Con una buona dose di sarcasmo, la testata di “fake news” (ma fake sul serio, non nel senso che stanno antipatiche a questa o quella fazione) dice le cose come stanno: Demiroren sarà anche una holding vicina alle autorità statali, ma Doğan non era Kay Graham, e se è per quello nemmeno Arthur Sulzberger.

A proposito di persone che non sono esattamente quello che sembrano, giovedì il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un lungo reportage in cui Asaf Ronel si occupa della figura di Adnan Oktar, un uomo che Vice News, in un reportage del 2015, descriveva come il leader di “un culto ‘femminista’ islamico”, mettendo quel “femminista” tra virgolette e per ragioni ben precise.

Il programma di Adnan Oktar su A9
Il programma di Adnan Oktar sul canale televisivo A9

Oktar negli ultimi anni è diventato famoso soprattutto per le trasmissioni sul suo canale televisivo, in cui si circonda di donne invariabilmente rifatte, spesso poco vestite, generalmente platinate e che chiame le sue “gattine”.

Non bastasse questo dettaglio a destare qualche dubbio sulla sua credibilità, Oktar è un creazionista, un antisemita, ha un’ordinanza restrittiva a suo carico ottenuta da un padre che ha ritrovato le figlie scomparse da mesi nella sua tramissione televisiva ed è ritenuto il leader di un culto sessuale. Il reportage di Haaretz raccoglie le testimonianze di un uomo e una donna sfuggiti al suo controllo, che lo accusano anche di “ricatti sessuali” ai membri del culto. Oktar nega le accuse a suo carico e sostiene che quanti lo rinnegano abbiano “ricevuto soldi dallo Stato profondo britannico”.

Cos’altro? Ah, Su Aeon c’è un articolo piuttosto diverso dal solito che sostiene come l’Impero ottomano possa darci lezioni di pluralismo sessuale.

E a proposito di guru e idoli. Su Qantara questa settimana è uscita la recensione di un documentario di qualche anno fa, Muezzin. Un po’ fuori tempo massimo, se vogliamo, ma il lavoro del regista austriaco Sebastian Brameshuber è comunque interessante. Racconta la storia di due tra i molti uomini che a Istanbul scandiscono l’ezan, il richiamo alla preghiera per i fedeli musulmani, e della loro partecipazione a una competizione che viene definita come una sorta di “Pop idol” molto più religioso. Muezzin, purtroppo, credo non si trovi più online. Se l’avete visto o doveste vederlo, fatemi sapere che pensate.

Per chiudere rimaniamo a Istanbul, perché c’è un articolo della National Geographic che vale la pena di essere letto, anche se richiede un po’ di tempo. C’è un grosso progetto – uno di molti – che può cambiare per sempre la città. Facendo diventare l’intero centro storico un’isola, per dirne una. È il progetto del Kanal Istanbul, la via d’acqua artificiale pensata per ridurre il traffico nel Bosforo, ma a cui i critici guardano con molta preoccupazione, convinti che possa provocare una catastrofe ambientale.