05. Piove viola su İstiklal

Se andate di fretta

A İstanbul, e altrove, le donne sono scese in piazza per riaffermare diritti spesso calpestati. A Düzce un progetto edilizio si distingue per il modo in cui è nato. Fra l’altro, quanto ne sapete del punk in Turchia? Un libro potrebbe essere d’aiuto. Infine, sembra che in Arabia Saudita abbiamo qualche problema con le soap turche, ma ai somali piacciono un sacco.


Ci sono aspetti molto belli dello scrivere una newsletter che alle volte riescono a essere allo stesso tempo anche ostacoli fastidiosi. È il caso di quando si verificano cose di cui vorresti – ma più dovresti – parlare subito, ma che devono aspettare un po’. Un male? Solo fino a un certo punto. Le cose importanti non invecchiano così rapidamente e parlare della Giornata delle donne quando l’8 marzo è ormai trascorso è anche un modo per ribadire che confinare i temi che porta con sé a un giorno solo all’anno ha davvero poco senso.

Inutile girarci tanto intorno. Giovedì in molte grandi città del mondo le donne, ma per fortuna non solo le donne, sono tornate in strada per rivendicare pari diritti e riportare la discussione su una serie di questioni: dalle violenze fino alla parità retributiva. İstanbul e altri grandi e piccoli centri della Turchia non hanno fatto eccezione e proprio una foto che arriva dal Bosforo è finita sulla prima pagina del New York Times, a raccontare una marea che ha invaso İstiklal, il largo viale che da un lato porta a piazza Taksim (ne abbiamo parlato nell’ultimo numero, il #4) e dall’altro giù fino a Galata.

“Non staremo zitte, non abbiamo paura, non obbediremo”, cantava la folla, sventolando cartelli su cui si leggeva ‘Quando le donne saltano, è una rivoluzione’, unendosi a commemorazioni che stanno avendo luogo dall’Afghanistan all’Islanda – scrive su Al Monitor Ayla Jean Yackley – che ricorda come il presidente Erdoğan abbia “giurato di combattere un’epidemia di violenza, chiamandola ‘una ferita sanguinante'”, ma anche come più di una volta si sia espresso con parole e idee che vanno in tutt’altra direzione.

La questione è chiaramente complessa ed estremamente articolata e la giornalista dice con altrettanta chiarezza che secondo gli attivisti “i diritti delle donne stanno facendo un balzo all’indietro dopo più di 15 anni di governo del partito Giustizia e Sviluppo, che sposa politiche nazionalistiche e religiose”. A oggi solo il 14% del parlamento turco è composto da donne e se un calcolo puramente numerico dice che quasi una su due fa parte del partito di Erdoğan, fatte le debite proporzioni le cose cambiano. Fermo restando che, fatta eccezione per il solo “partito filo-curdo” (Hdp), in tutte le altre formazioni gli uomini sono almeno otto su dieci.

Delle violenze subite dalle donne si occupa la giornalista Ceyda Ulukaya, che negli anni ha creato e mantenuto aggiornata una mappa dei femminicidi avvenuti in Turchia e che in un’intervista con Fazıla Mat, pubblicata dall’Osservatorio Balcani Caucaso, espone “quasi un bollettino di guerra”, con 1964 donne uccise dal 2010 al 2017. “La Convenzione di İstanbul (sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, ndr) è uno strumento molto importante – racconta – Impone agli Stati di conteggiare gli omicidi delle donne, ma questo non viene fatto. Questa mappa dice tante cose, ma solo a chi le vuole ascoltare”.


C’è un’altra storia che voglio raccontarvi, e che se è di tenore del tutto diverso, è però legata a questa proprio dal fil rouge del sapere ascoltare. Per farcela raccontare dobbiamo spostarci verso Est di circa 200 chilometri, raggiungendo il Mar Nero e la città di Düzce. Vent’anni fa la zona fu scossa da un terremoto che distrusse migliaia di case e si prese le vite di almeno 700 persone. La ricostruzione di 234 nuovi appartamenti è una storia diversa in un Paese in cui, quando si parla di edilizia, lo si fa spesso per condannare trasformazioni selvagge. Questa volta al centro c’è invece lo sforzo di una cooperativa per costruire ascoltando i bisogni reali di chi nelle nuove case andrà ad abitare.

“Noi siamo gente di città – racconta tra le altre cose a Jennifer Hattam il vice-direttore dell’istituto di ricerca urbana Beyond Istanbul – Non avevamo pensato ad alcuni aspetti fatti emergere dai residenti, come la necessità di avere spazio sul balcone per la preparazione dei cibi o dispense dove riporre i sottaceti per l’inverno”. E chi conosce un po’ la Turchia sa che con i sottaceti c’è davvero poco da scherzare.

Un fotogramma da Neşeli Günler (Giorni felici. 1978, Orhan Aksoy). E sì, il film parla pure di sottaceti. E di come farli. E di come no.

A proposito, voi quanto ne sapete del punk turco? Io ben poco per la verità. Sapevo di un libro sul tema e incidentalmente un articolo uscito da poco fa riferimento proprio a quel volume e a come la storia della Turchia, che nel 1980 subì uno dei molti golpe che si sono susseguiti negli anni, abbia influito sul fatto che non si creò mai un movimento punk vero e proprio.

“I Sex Pistols cantavano ‘non è un essere umano’ della Regina Elisabetta in ‘Dio salvi la Regina’ – spiega Tünay Akdeniz su Dazed – In Turchia allora non ti saresti potuto immaginare di tentare qualcosa di simile. Lo stesso vale oggi. Se lo fai, nella migliore ipotesi nessuno passa la tua canzone. Nella peggiore ti ritrovi invischiato in una causa”.

Prima di salutarci solo un’ultima segnalazione. Mentre si fa un gran parlare degli interessi di Ankara in Africa, in Somalia le soap opera turche vanno alla grande. E sì, non è un caso.

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Per questo sabato è tutto. Grazie per avere letto fino a qui! Prima di augurarti un buon fine settimana vorrei ricordarti che per ogni cosa mi puoi scrivere a questa email. Se non sei iscritto alla newsletter puoi rimediare da qui. Come sempre, görüşürüz.