01. Da Afrin a Roma

Bigino. Cinque link

  1. Erdoğan in Italia: continua il suo ‘tour europeo della rinascita’. Cristoforo Spinella, Reset
  2. Anger and fear along Turkey’s border as offensive brings the war back home. Louisa Loveluck e Zakaria Zakaria, The Washington Post
  3. Rising anti-Americanism in Turkey. Nicholas Danforth, Bipartisan Policy Center
  4. General Erdogan’s First War. Steven A. Cook, Foreign Policy
  5. Karabekir Akkoyunlu on the ‘exit from democracy’ in Turkey and beyond. William Armstrong, Turkish Book Talk (podcast)

In due parole

Qualche giorno fa ho letto un articolo. Anzi, per dirla tutta ho letto solo il titolo di quell’articolo, perché era quello che mi aveva colpito. Recitava “i leader dell’Ue ospiteranno Erdoğan, lo zio con cui hanno litigato ma che non possono tagliare fuori”. Lo dico non perché penso che sia fondamentale leggere quel pezzo, ma perché invece mi sembra un’immagine azzeccata, che aiuta a raccontare una cosa successa questa settimana.

Il presidente turco è venuto in Italia, e ce ne siamo accorti dai giornali e dai tg. Ha visto il Papa, ha visto le autorità, ha evitato le proteste di chi lo chiamava “assassino” e soprattutto le domande a cui non voleva rispondere. “Difficilmente sarà rimasto deluso dalla tappa italiana, dove le cose si sono fatte come voleva, tenendo pure la stampa alla larga”, ha scritto su Reset Cristoforo Spinella, giornalista per l’Ansa dalla Turchia, che racconta bene anche i risvolti economici dell’incontro e quanto siano cambiate le cose da “quando nessuno in Occidente aveva voglia di farsi ritrarre con lui”.

Quella di Erdoğan è stata “un’offensiva diplomatica preparata a lungo”, come altrettanto a lungo la Turchia ha preparato un’altra offensiva, quella scattata il 20 gennaio scorso nel nord della Siria contro le milizie curde (Ypg/Ypj) che controllano la zona attorno alla città di Afrin. Da quel sabato sono successe molte cose, che non è facile riassumere in poche righe. Tra queste che l’operazione militare ha “portato la guerra in casa” a chi vive lungo la frontiera.

“A Reyhanli e Kilis – scrivono per il Washington Post Louisa Loveluck e Zakaria Zakaria – le strade erano inusualmente quiete. Quando a mezzogiorno è caduto un colpo di mortaio, si è formata una piccola folla poco lontano: alcuni maledicevano chi l’aveva lanciato, altri si chiedevano se da lì a poco ne sarebbe arrivato un altro”.

Che la Turchia sia in guerra è palpabile, non solo lungo il confine. “Qui le prime pagine dei giornali sono un tripudio di nazionalismo”, scrive il Washington Post, e il sostegno per l’operazione militare è molto alto. Perché se dall’esterno l’attacco ad Afrin è percepito come una guerra ai curdi, per una buona parte dei turchi è una lotta contro milizie che avranno pure liberato il nord della Siria dall’Isis, ma che sono comunque legate al Pkk, con cui da decenni lo Stato è in guerra. Non cambia poi molto che le Ypg/Ypj siano alleate degli americani. Anzi.

“I quotidiani e i politici stanno già presentando l’incursione della Turchia in Siria come una battaglia contro gli stessi Stati Uniti – fa presente Nicholas Danforth per il Bipartisan Policy Center – una narrativa che avvelenerà le relazioni bilaterali a prescindere da quello che succederà nel prossimo futuro”.

C’è un secondo aspetto dell’operazione che vale la pena considerare e lo racconta bene Steven A. Cook, scrivendo su Foreign Policy. La Turchia è un Paese in cui l’esercito ha sempre avuto un peso importante. Dove la leva (maschile) è tuttora obbligatoria, dove i militari si sono sempre considerati come i difensori dell’ordine costituito, che il potere civile fosse d’accordo o meno. Per capirlo basta pensare ad Adnan Menderes, primo ministro mandato a morte dopo un golpe. O al collega Süleyman Demirel, che fu “licenziato” dalle forze armate senza troppi complimenti.

Con Erdoğan le cose sono cambiate. “Il presidente islamista turco – dice Foreign Policy – è il primo civile ad avere il controllo sull’esercito del suo Paese – e si vede dai risultati”. E se è vero che il processo di depotenziamento dell’esercito ha subito un’accelerata in tempi più recenti, l’Akp “iniziò ad alterare la relazione tra la leadership civile eletta e il corpo ufficiali” non appena arrivò al potere nel novembre 2002.

Dei modi in cui la Turchia è cambiata negli ultimi anni parla anche l’ultima puntata di Turkey Book Talk, un podcast in inglese che ogni due settimane racconta il Paese attraverso le voci di chi ne scrive: dai giornalisti agli accademici. Nell’ultimo episodio Karabekir Akkoyunlu, ricercatore all’università di Graz, si concentra su un nuovo volume, “Uscita dalla democrazia. Governance illiberale in Turchia e oltre”. Se hai un po’ di tempo da investire, segnatelo. Vale la pena.

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