02. Da Silivri alla Corea

Dolmuş è una newsletter che si chiama come i bus collettivi in turco. Parte una volta alla settimana, il sabato mattina. E durante il viaggio prova a raccontarvi qualcosa che non conoscevate

Se andate di fretta

Togliete una mezz’oretta a Netflix e guardate Searching for sound, un documentario di Red Bull che segue due produttori di Istanbul, Islandman e VeYasin, nella loro caccia ai suoni della tradizione e nel tentativo di trasformarli in qualcosa di nuovo e molto più “da club”. VeYasin, che l’anno scorso ha fondato l’etichetta Basemode, ha anche un progetto piuttosto figo che si chiama Hey Douglas! Magari ne riparleremo.

Gli altri link

  1. The new co-leaders of HDP – Pervin Buldan and Sezai Temelli. Sezin Öney, Ahval
  2. Deniz e Dilek. Foto di Veysel Ok, avvocato.
  3. Is Turkey Experiencing a New Nationalism? John Halpin, Michael Werz, Alan Makovsky e Max Hoffman, Center for American Progress
  4. A Korean orphan, a soldier, and the origin of the US-Turkish alliance. Shabtai Gold, Dpa

Questa settimana si è parlato di Turchia per molti motivi, che riassumere tutti qui sarebbe pretenzioso, perciò ho scelto di mantenere fede all’idea che avevo in testa e raccontare soprattutto alcune storie significative. La prima ha a che fare con l’Hdp, il partito che spesso definiamo “di sinistra e filo curdo” e di cui altrettanto spesso parliamo raccontando di arresti e dell’accusa di essere “l’ala politica del Pkk”. Domenica ha scelto i suoi due nuovi leader. Una decisione necessaria, perché chi lo guidava all’inizio della legislatura è in carcere. A Figen Yüksekdağ sono state tolte le prerogative di parlamentare. Selahattin Demirtaş è comparso in aula questa settimana, per difendersi da accuse di terrorismo che potrebbero costargli 142 anni di carcere.

Al loro posto sono stati eletti Pervin Buldan, “a rappresentare l’inclinazione ‘filo-curda’ del partito” e [Sezai] Temelli, che rappresenta quella della ‘sinistra turca’”, scrive Sezin Öney su Ahval, raccontando una storia complicata e che si intreccia con quella della Turchia degli ultimi decenni.

“Buldan è una ‘madre del sabato’– racconta Ahval – membro del gruppo che ogni settimana si riunisce per commemorare le vittime degli omicidi extragiudiziali del golpe degli anni Ottanta e degli anni Novanta dello stato d’emergenza”. In quegli anni perse il marito Savaş, “rapito da uomini dello Stato il 2 giugno 1994 a Istanbul: due giorni dopo il suo corpo torturato fu trovato nella città di Bolu, nella Turchia occidentale”.

Sulla storia scrisse tempo dopo anche il giornalista Can Dündar, in un editoriale su Milliyet che intitolò “L’ultimo giorno di Savaş”. C’è un gioco di parole che in italiano si perde in quelle parole, che si possono tradurre anche come “L’ultimo giorno di guerra”. Un giorno in cui veniva ucciso Savaş, su cui gravava l’accusa di essere un finanziatore del Pkk. E in cui Pervin dava alla luce una figlia, Zelal.

Quello stesso anno Can Dündar veniva licenziato da Milliyet. Finì a scrivere e poi dirigere Cumhuriyet, principale quotidiano d’opposizione, fino a che lo scoop sulle armi che dalla Turchia passavano il confine con la Siria non gli guadagnarono una cella nel carcere di Silivri, e infine lo convinsero a spostarsi in Europa.

Da Silivri è arrivata ieri la notizia della liberazione di Deniz Yücel, giornalista di Die Welt. Rischia ancora 18 anni, ma dopo un anno ha potuto riabbracciare la moglie Dilek Mayaturk. C’è una foto molto dolce online, che li mostra abbracciati mentre lui stringe un grosso mazzo di prezzemolo. La stampa dice che la ragione la spiegò lui stesso. “Quando per la prima volta andammo in vacanza insieme nella nostra borsa da spiaggia c’era così tanto prezzemolo che Dilek lo ribattezzò ‘la pianta del nostro amore'”.

La foto di Deniz e Dilek si aggiunge alla galleria di scatti in cui già ci sono i volti di Kadri Gürsel, giornalista tornato in libertà ad ottobre, e della moglie Nazire. Dell’attivista İdil Eser, libera in attesa di sentenza, e dei suoi colleghi. In cui mancano nomi come quelli di Nazlı Ilıcak e dei fratelli Altan, che minuti dopo la liberazione di Yücel venivano condannati con altri tre all’ergastolo aggravato, accusati di avere avuto un ruolo nel fallito tentativo di golpe del luglio 2016, in un caso che per PEN International “crea un precedente devastante”.

Della Turchia post-golpe parla un corposo studio del Center for American progress, che descrive un Paese “profondamente diviso”, ma in cui “Erdoğan e il suo Partito giustizia e sviluppo (Akp) traggono beneficio – e probabilmente hanno contribuito ad alimentare – un crescente sentimento nazionalista […] assertivamente islamico, fieramente indipendente, che poco si fida degli stranieri e […] caratterizzato da un profondo scetticismo che prescinde dai partiti e si fida poco dei rifugiati siriani, degli Stati Uniti e dell’Europa”.

Non è sempre stato così. Non era così negli anni Cinquanta, per esempio, quando un contingente turco “rispondeva alla richiesta di inviare soldati a combattere le forze comuniste” in Corea. Un tema che torna attuale, un po’ per via dei Giochi invernali e poi perché è il contesto in cui è calata la storia di Ayla, il film che la Turchia aveva candidato agli Oscar e che “permette di dare uno sguardo all’inizio di un’alleanza turco-americana ora a dura prova”. Il film racconta di come un sergente turco adottò un’orfana di guerra coreana e dice Shabtai Gold, che ne scrisse qualche mese fa per Dpa, è anche “una girandola di emozioni. Alla première in un cinema di Istanbul era difficile trovare un solo occhio asciutto”. Insomma, fa piangere forte, forse pure troppo. Ma comunque fino agli Oscar non ci è arrivato…

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Per questo sabato è tutto. Grazie per avere letto fino a qui! Prima di augurarti un buon fine settimana vorrei ricordarti che per ogni cosa mi puoi scrivere a questa email. Se non sei iscritto alla newsletter puoi rimediare da qui. Se invece vuoi invitare qualcuno a salire a bordo da qui. Come sempre, görüşürüz.

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