In politica ci sono cose che spesso ritornano. Ci sono i temi (e le promesse) da campagna elettorale. Ci sono gli appuntamenti canonici, che i pezzi a riguardo li si potrebbe quasi scrivere prima che avvengano, per poi premere Invio. Infine ci sono quei nomi che, poco importa la stagione politica, tornano. Tornano sempre, i nomi degli inossidabili. E il caso più evidente – se parliamo di Turchia – è quello dell’ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, dato per pronto a scendere in campo (e causare scossoni) con cadenza pressoché stagionale.

Se faccio questa premessa non è perché Gül sia effettivamente di nuovo al centro delle cronache politiche; anche perché le elezioni sono passate da pochissimo. Piuttosto perché c’è un’altra vicenda che si protrae da qualche tempo, per lo più sulla scorta di voci che paiono tentativi di controllare la temperatura dell’acqua. A meno di una settimana dalla chiusura delle urne per le Elezioni amministrative, con Istanbul e Ankara di fatto ancora in bilico tra una vittoria che l’opposizione ha rivendicato e che la coalizione di maggioranza è ben poco disposta a riconoscere, nelle pagine di politica dei giornali nazionali è tornato a riaffacciarsi il nome dell’ex primo ministro, e prima ancora ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu.

Lasciato a casa nel 2016 senza troppe cerimonie, dopo essere andato ad aggiungersi a un drappello di membri della prima ora del Partito della giustizia e dello sviluppo (Ak Parti) che non andavano più particolarmente a genio al presidente Erdoğan, Davutoğlu aveva lasciato l’incarico a Binali Yıldırım. Sorte non troppo felice nemmeno la sua, se si considera che il nuovo primo ministro è stato messo in disoccupazione dall’esito di un referendum costituzionale che ne ha abolito direttamente la carica. Poco male, visto che poi lo hanno candidato a sindaco di Istanbul. Una carica che al momento resta in balia di riconteggi che non sembra finiranno troppo presto.

Davutoğlu, si diceva. Le voci che circolano nei corridoi della politica ci dicono che Davutoğlu sarebbe pronto a lanciare un proprio partito e cercare di riguadagnarsi un ruolo che ha perso, dopo essere stato il primo ministro, e prima ancora la mente dietro la svolta in politica estera della Turchia. Non si tratta necessariamente di una novità di questi giorni. Da qualche mese, spulciando gli editoriali sui quotidiani turchi, qualche segnale si intravedeva.

«Stanno aspettando le elezioni – aveva scritto a febbraio Fatih Altaylı, riportando quanto gli aveva riferito una fonte “vicina al campo conservatore” – Se l’Akp scenderà sotto il 35%, formeranno il partito. Altrimenti aspetteranno un altro po’». La fonte di Altaylı diceva una cosa, già scritta nel titolo di quell’editoriale. Davutoğlu era pronto, a tentennare era invece Ali Babacan, un altro ex, nel passato nome altrettanto di spicco e altrettanto dato per pronto a schierarsi in prima persona.

Con le elezioni alle spalle – o “a urne chiuse”, per meglio dire – i quotidiani sono tornati alla carica. Se è vero che sotto il 35% l’AK Parti non è sceso, le ultime elezioni hanno mandato un segnale. Il partito di maggioranza ha perso il controllo di Ankara dopo un quarto di secolo. İzmir è andata al Partito repubblicano del popolo (Chp), ma per ragioni storiche tutto è tranne che una sorpresa. İstanbul… attende. Nuove voci dicono che “entro un mese” dovremmo vedere qualcosa di più concreto, per quanto riguarda il partito che sarebbe in cantiere. E che Davutoğlu e Babacan dovrebbero fare fronte comune.

Sarà vero? Potrebbe, dipende a chi si chiede. Fosse così, all’ex primo ministro si affiancherebbe un ex ministro dell’Economia (e degli Esteri, pure lui) che è stato per una stagione politica anche il capo negoziatore nei colloqui per l’adesione all’Unione Europea della Turchia. Altaylı dice di no, riportando una conversazione piuttosto divertente in un altro editoriale per Habertürk, dove scrive regolarmente.

«Quando Babacan andava all’estero, si metteva in tasca il passaporto. Ma prima di fare ciò faceva due fotocopie, ne metteva una in valigia, e una nell’altra tasca. È un diffidente. Secondo voi una persona simile si getterebbe di testa così, fondando un nuovo partito?».

“Un vecchio burocrate che ha lavorato con Babacan”

Perché un nuovo partito?

Perché, viene da dire, le ultime vicende politiche hanno fatto intravedere uno spiraglio ad alcuni nomi che hanno giocato in passato un ruolo di spicco nell’Ak Parti di Erdoğan, ma che poi sono stati uno ad uno messi da parte. Non si tratta soltanto di Davutoğlu, tanto vicino al presidente da avere fatto da testimone al matrimonio della figlia Sümeyye, appena dopo essere stato “licenziato”. Nemmeno di Babacan. L’elenco dei “rottamati”, per usare un neologismo caro alla politica di casa nostra, include anche l’ex vice primo ministro Bülent Arınç e Abdullah Gül, già presidente della Repubblica.

Questo a livello teorico, naturalmente. Poi c’è la pratica, e la pratica è un’altra cosa. Lo ha dimostrato bene la sorte del Partito Buono (İp) di Meral Akşener, accolta all’inizio della sua avventura come la donna che avrebbe scardinato i cancelli del palazzo presidenziale e oggi in un ruolo ben più ridimensionato. Sì, perché potrebbe pure essere che questo partitello sia una fumata nera, come lo sono state tutte quelle volte in cui i giornali hanno assicurato che Gül sarebbe stato candidato dall’opposizione. Una prospettiva che ormai è una battuta per addetti ai lavori.

Can Bursalı ha scritto su Artı Gercek che il nuovo partito in the making punterebbe a portarsi dietro nomi del Partito repubblicano del popolo (Chp), del Partito del movimento nazionalista (Mhp), e del Partito Buono. Insomma a rosicchiare gli angoli di tutte le sigle con una qualche rappresentanza a livello nazionale, escluso il Partito democratico dei popoli (Hdp), filo curdo e di sinistra, che per gran parte della politica turca è come un pilone dell’alta tensione: nel dubbio, meglio non toccarlo. Né nominarlo.

In attesa di capire qualcosa di più sul futuro degli ex di Erdoğan, mi è parsa molto interessante una considerazione che tempo fa fece Murat Yetkin, ex direttore del Hürriyet Daily News, in un’intervista con Ruşen Çakır. Yetkin aveva allora invitato ad osservare come questo continuo moltiplicarsi di partitini e partitelli sia di fatto una tendenza della politica turca di oggi, e di ieri. Mettiamola così, la politica turca è come una pianta di basilico. Se tagli un rametto, stai certo che nel giro di poco tempo ne spunteranno quattro.

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