Una bambina coreana agli Oscar per la Turchia

Una bambina coreana agli Oscar per la Turchia

C’è un monumento, nel bel mezzo di Ankara, che sembra catapultato nella capitale turca per uno scherzo di un orientale Dio beffardo. È una costruzione di quattro piani, le estremità inclinate come una pagoda, che si staglia all’interno del Kore Bahçesi, il giardino di Corea.

Aperto al pubblico negli anni Settanta, è il solenne memoriale ai soldati che negli anni Cinquanta persero la vita nella Guerra di Corea, quando in migliaia furono mandati (Shabtai Gold, Dpa) a combattere sul 38esimo parallelo accanto agli Stati Uniti, in un momento in cui ancora la Turchia non era entrata a fare parte dell’Alleanza atlantica.

Allora Ankara, che oggi flirta apertamente con Mosca, guardava in cagnesco all’Unione Sovietica e desiderava avvicinarsi all’America e alla Nato. Lo fece impiegando l’esercito nel suo primo conflitto internazionale, sacrificando le vite di più di 700 militari, sepolti in quella che oggi è la Corea del Sud, in una guerra narrata nel film che quest’anno la Turchia ha candidato per la sezione Miglior film non in lingua inglese degli Academy Awards.

La scelta è ricaduta a fine agosto (Variety) su Ayla, pellicola che mette in scena la storia del soldato Süleyman Dilbirliği (oggi 93enne, nel film İsmail Hacıoğlu) e di una bambina coreana (Kim Eunja) trovata in mezzo a una carneficina. Un film che si basa sulla storia vera di uno dei militari turchi, che portò con sé la piccola a lungo, per poi essere costretto a abbandonarla quando dovette rimpatriare, quindici mesi dopo. I due si re-incontrarono in Corea quando lei aveva ormai sessanta anni.

Nelle sale

“Nel 2010 la storia finì alla televisione coreana – ha raccontato a Deadline il regista Can Ulkay – Fecero un documentario su Ayla e Süleyman. Dopo averlo visto iniziammo a lavorarci su e nel 2015 iniziammo a scrivere, per poi iniziare a girare nel 2016”.

A prescindere da come poi sarà giudicata agli Oscar (se entrerà nella selezione finale) e dall’aderenza alla Storia del film – su cui non ho elementi sufficienti per esprimermi -, in Turchia Ayla ha fatto strappare più di 300mila biglietti soltanto nel primo weekend di programmazione. È stato nominato Miglior film in competizione (HDN) al International Asian Pacific Film Festival di Los Angeles.

C’è un certo accordo tra gli spettatori sul fatto che il film spinga parecchio sul pedale dei sentimenti. È una pellicola che vuole far piangere, per farla breve e questo aspetto mi ha fatto tornare in mente un articolo scritto a marzo di questo anno, in cui Metin Gurcan per Al Monitor sostiene che un certo numero di serie tv turche – e in parte anche il cinema – abbiano virato su temi come “eroismo, sacrificio e orgoglio nazionale”, peraltro già molto sentiti in un Paese in cui i militari hanno sempre avuto un posto speciale.

“Ayla… Ayla”

Nella colonna sonora della pellicola c’è un brano composto per l’occasione da Sertab Erener, cantante che in Turchia non ha bisogno di presentazioni e che all’estero è conosciuta più che altro per avere vinto l’Eurovision Festival nel 2003.



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