Fatih Mehmet Maçoğlu è l’unico sindaco eletto con il Partito comunista turco (TKP)

Ci sono temi a cui la stampa internazionale si appassiona con facilità. Alcuni di questi sono talmente importanti che non possono essere trascurati. Altri sono così inusuali che suscitano la curiosità prima dei giornalisti, e poi dei lettori. Alla seconda categoria appartiene la storia inusuale di Fatih Mehmet Maçoğlu, l’unico membro del Partito comunista turco ad avere mai ottenuto il governo di un capoluogo di provincia in un secolo di storia politica del Türkiye Komünist Partisi (Tkp).

Faccio un passo indietro, prima che mi si accusi di mischiare le carte, e di farlo male. Il Türkiye Komünist Partisi di oggi non è quello di ieri. Il partito di Maçoğlu sulla carta esiste dal 2011. Prima, con un altro nome, galleggiava con percentuali infime nella politica turca dal 1993. E tuttavia quel nome e quella sigla richiamano alla mente tutt’altra storia. Il Tkp storico era una creatura di un’altra era, degli anni Venti, che poco dopo la sua fondazione avrebbe visto l’uccisione del suo fondatore, Mustafa Suphi, che insieme a un piccolo drappello di comunisti era tornato in Turchia per unirsi a chi stava combattendo nella Guerra d’indipendenza.

Dunque sì, il Tkp di Maçoğlu non è quello di Suphi. Eppure resta un fatto: il fatto che un uomo del Tkp a capo di un capoluogo di provincia turco è un fatto inedito. Pure se questa provincia è Tunceli, quella che fino a metà degli anni Trenta era nota come Dersim, un nome antico che alcuni usano ancora oggi, e che nel tempo ha acquisito un significato politico e culturale difficile da spiegare in poche righe, ma che parla della specificità di un’area dove le simpatie politiche sono ben poco in linea con quelle nazionali. Dove la popolazione di origini alevite è tutto tranne che minoranza.

Ma torniamo a noi. C’è un motivo se dico che la storia di Maçoğlu è una di quelle che appassionano i giornalisti di mezzo mondo. Quando passi più di qualche mese a seguire un tema – la Turchia per dire – arriva il momento in cui ti rendi conto che determinati articoli tornano di continuo, a ondate. Senza pretesa di scientificità, diciamo a sensazione, potrei improvvisare un mini-elenco di “cose turche” che agli editor di mezzo mondo piacciono parecchio.

  • I gatti di Istanbul. “A Istanbul ci sono un sacco di gatti, e se ci siete mai stati ve ne sarete di certo accorti”, è più o meno il refrain condiviso da tutti gli articoli, che a secondo del caso ondeggiano tra il razionale (“Lasciate che vi spieghi questo amore per i felini”) e il sentimentale (“In fondo è così bello. Ah, l’Oriente”).
  • Il calcio di Istanbul. Beşiktaş, Galatasaray, Fenerbahçe. Con picchi d’interesse nel periodo delle proteste per Gezi Park, ma tema comunque generalmente piuttosto quotato. Perché: “Signora mia, lei non sa, le tifoserie turche!”.

E poi c’è Fatih Mehmet Maçoğlu, che ha iniziato a fare capolino nelle pagine delle cronache turche qualche anno fa (Sì, è l’unico sindaco comunista turco. No, non lo è da oggi). Nell’aprile del 2014 le elezioni decretarono l’elezione di Maçoğlu a sindaco di Ovacık, villaggio in provincia di Tunceli che non supera i 4000 abitanti. Con 657 voti, circa il 36% delle schede depositate nelle urne, Maçoğlu aveva strappato la vittoria a Mustafa Sarıgül, che di preferenze ne aveva portate a casa soltanto 607.

La sfida non era stata delle più agguerrite. Se il sindaco eletto portava un paio di baffoni da tricheco, che in Turchia non sono banalmente una scelta stilistica, Sarıgül era però il candidato dal Partito della pace e della democrazia (Barış ve Demokrasi Partisi – Bdp), legato a quel Partito democratico dei popoli (Halkların Demokratik Partisi – Hdp) sì filo-curdo, ma pure della sinistra turca. La campagna elettorale insomma non era stata uno scontro tra grandi ideologie divergenti.

Il successo di Maçoğlu, aveva scritto allora Ekrem Güzeldere, non era necessariamente soltanto merito suo, e nemmeno del Partito comunista. Piuttosto della Federazione per i diritti democratici (Demokratik Haklar Federasyonu – Dhf), che da anni coordinava gli sforzi politici dei candidati di sinistra nella provincia di Tunceli.

La parabola mediatica di Maçoğlu non si era esaurita con le elezioni, ma era continuata tanto sulla stampa locale, quanto su quella internazionale, affascinata dalla storia del villaggio. “Ovacık è una Cuba in Turchia”, titolava a pochi mesi dalle elezioni locali il quotidiano Milliyet, che vi si era recato per capire se Ovacık fosse diventata la (vecchia) Sesto San Giovanni turca, tanto per buttare nella mischia uno di quei paragoni che piacciono.

Quello che il quotidiano aveva trovato era una serie di piccole iniziative che iniziavano a prendere piede. Gli autobus erano diventati gratuiti (ma qualcuno insisteva per pagare, perché «se nessuno pagasse, il diesel come lo si comprerebbe?»), l’acqua aveva prezzi più bassi e un servizio di taxi era stato disposto per i cittadini disabili. Ovacık un Cuba Cafè ce lo aveva pure. Perché sì, la sinistra turca ha i suoi eroi, ma negli anni ’60-’70 Ho Chi Minh e Che Guevara erano tanti dibattuti quanto le strategie di guerriglia.

Nel 2015, quando i cittadini erano tornati alle urne per votare alle elezioni generali, la parte del leone l’aveva fatta il Hdp, con oltre 2000 voti, più del doppio del Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi – Chp), la formazione d’opposizione oggi di nuovo al governo – salvo sorprese – di Ankara e Istanbul. Se il Tkp non aveva portato a casa nemmeno un voto era perché l’occasione era diversa: le elezioni questa volta erano nazionali e a livello nazionale il peso del Tkp è risibile. “Per noi era importante che questa volta il Hdp prendesse voti”, aveva detto Maçoğlu alla stampa.

Negli anni successivi le politiche di Ovacık hanno continuato a fare capolino sulle pagine dei giornali. Prima per la decisione di sfruttare terreni statali inutilizzati per piantare colture biologiche di patate, ceci e fagioli, e di utilizzare i proventi per finanziare una serie di borse di studio per gli studenti locali. Poi per il miele, “miele comunista”, come lo aveva ribattezzato lo stesso Maçoğlu, strizzando l’occhio agli scettici. Persino per la decisione di comprare un nuovo autobus per la municipalità e creare una biblioteca da diecimila volumi.

“In Turchia siamo diventati un esempio di governo municipale popolare, trasparente e partecipato. Il nostro scopo è quello di introdurre in Turchia un municipalismo popolare anche a Tunceli”, aveva detto alla stampa Maçoğlu a gennaio 2019, quando aveva annunciato la sua candidatura a sindaco del capoluogo di provincia. La notte delle elezioni, a cavallo tra marzo e aprile, per il “sindaco comunista” è arrivata la promozione. Alle urne si è ripetuto uno scontro che si era già visto. Se il “sindaco comunista” ha messo in saccoccia 5887 voti, al secondo posto c’era ancora una volta un candidato del Hdp. Una candidata anzi, Nurşat Yeşil, che di preferenze ne ha portate a casa 5169.

A sinistra, i risultati del voto a Ovacık nel 2019. A destra, cinque anni prima

E a Ovacık? La cittadina, pare di poter dire, ha in un certo senso premiato la continuità e messo un nome prima dei simboli di partito. Questa volta Sarıgül l’ha spuntata. Con poco più di 700 voti, l’uomo che cinque anni fa si era candidato con il Bdp ha vinto il comune all’opposizione kemalista (Chp), che si è presentata in coalizione con il relativamente nuovo Partito buono (İp). Dietro di lui Hayati Güngören, il nuovo candidato del Tkp comunista. Poi il volto del Akp di Erdoğan, e infine la candidata locale del Hdp, Serpil Argın.

A elezioni concluse, è ora il tempo di porsi delle domande e attendere le risposte. Che ne sarà del “modello Ovacık”, che ha fatto tanto parlare di sè? Ma soprattutto, in che misura Maçoğlu saprà adattarlo e trasportarlo sulla realtà, ben diversa, di Tunceli?


⏲ Questo articolo è stato aggiornato dopo le elezioni del 31 marzo 2019.

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