La nuova sfida del sindaco più “rosso” di Turchia

La nuova sfida del sindaco più “rosso” di Turchia

Quando nell’aprile del 2014 le elezioni decretarono l’elezione di Fatih Mehmet Maçoğlu come sindaco di Ovacık, villaggio turco della provincia di Tunceli che non supera i 4000 abitanti, la notizia ebbe un eco che poco si addiceva alle dimensioni della municipalità. Nessuno scandalo particolare, niente da dichiarare. Tranne un fatto: per la prima volta nella storia del Paese a capo di un comune c’era un uomo eletto con il Partito comunista turco (Türkiye Komünist Parti – TKP).

Con 657 voti, circa il 36% delle schede depositate nelle urne, Maçoğlu aveva strappato la vittoria a Mustafa Sarıgül, che di preferenze ne aveva portate a casa soltanto 607. La sfida non era stata delle più agguerrite. Se il sindaco eletto portava un paio di baffoni da tricheco, in Turchia un chiaro segnale di appartenenza politica, Sarıgül era stato candidato dal Partito della pace e della democrazia (Barış ve Demokrasi Partisi – Bdp), legato a quel Partito democratico dei popoli (Halkların Demokratik Partisi – Hdp) filo-curdo e della sinistra turca. La campagna tutto era stata, insomma, tranne che uno scontro epico tra grandi ideologie divergenti.

Il successo di Maçoğlu, aveva scritto allora Ekrem Güzeldere, non era necessariamente soltanto merito suo, e nemmeno del Partito comunista. Piuttosto della Federazione per i diritti democratici (Demokratik Haklar Federasyonu – Dhf) che da anni coordinava gli sforzi politici dei candidati di sinistra nella provincia di Tunceli, che un numero considerevole di esponenti della minoranza alevita chiama casa. Un fattore non trascurabile, giacché gli alevi, seppure con sfumature diverse, sono storicamente più vicini alla sinistra della media dei cittadini turchi.

La parabola mediatica di Maçoğlu non si era esaurita con le elezioni, ma era continuata tanto sulla stampa locale, quanto su quella internazionale, affascinata dalla storia del villaggio. “Ovacık è una Cuba in Turchia”, titolava a pochi mesi dalle elezioni locali il quotidiano Milliyet, che vi si era recato per capire se insieme al nuovo sindaco fosse arrivata anche la rivoluzione rossa, e se in fin dei conti qualcosa fosse cambiato dopo le elezioni.

Quello che il quotidiano aveva trovato era una serie di piccole iniziative che iniziavano a prendere piede. Gli autobus erano diventati gratuiti (ma qualcuno insisteva per pagare, perché «se nessuno pagasse, il diesel come lo si comprerebbe?»), l’acqua aveva prezzi più bassi e un servizio di taxi era stato disposto per i cittadini disabili. Tuttavia Ovacık non era improvvisamente diventata L’Avana, sebbene un Cuba Cafè ce lo avesse. Nel 2015, quando i cittadini erano tornati alle urne per votare alle elezioni generali, la parte del leone l’aveva fatta il Hdp, con oltre 2000 voti, più del doppio del Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi – Chp), che negli alevi ha una forte componente della sua base elettorale. Se il Tkp non aveva portato a casa nemmeno un voto, a spiegare la ragione era stato lo stesso Maçoğlu. “Per noi era importante che questa volta il Hdp prendesse voti”, aveva detto alla stampa.

Negli anni successivi le politiche di Ovacık avevano continuato a fare capolino sulle pagine dei giornali. Prima per la decisione di sfruttare terreni statali inutilizzati per piantare colture biologiche di patate, ceci e fagioli, e di utilizzare i proventi per finanziare una serie di borse di studio per gli studenti locali. Poi per il miele, “miele comunista”, come lo aveva ribattezzato lo stesso Maçoğlu, strizzando l’occhio agli scettici. Persino per la decisione di comprare un nuovo autobus per la municipalità e creare una biblioteca da diecimila volumi.

Maçoğlu ha annunciato la sua candidatura per il municipio del capoluogo di provincia. “In Turchia siamo diventati un esempio di governo municipale popolare, trasparente e partecipato. Il nostro scopo è quello di introdurre in Turchia un municipalismo popolare anche a Tunceli”.



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